La scuola non è un’azienda. E i docenti non sono in ostello
Roma – In Commissione è arrivata una risposta che, più che chiarire, ha certificato una linea politica. E no, non è una linea neutra, tecnica, inevitabile: è una scelta. La sottosegretaria Paola Frassinetti, rispondendo a una mia interrogazione, ha confermato l’impostazione del Ministro Valditara. Tradotto: per questo Governo la scuola pubblica deve diventare terreno di conquista per i privati, mentre l’adeguamento degli stipendi può tranquillamente aspettare.
Ora, mettiamola giù semplice: la scuola non è un’azienda. Non è un settore su cui fare margini, non è un “asset” su cui investire per rientrare e guadagnare. È un servizio pubblico essenziale, uno dei pilastri della democrazia, uno di quei luoghi in cui uno Stato decide se vuole essere comunità o mercato.
E invece la direzione è chiara. Parlano di project financing, di capitali privati per costruire e gestire istituti e servizi. Lo raccontano con quel lessico sempre un po’ asettico, da slide: “sinergie”, “efficientamento”, “partenariati”. Ma la verità è molto meno elegante: quando apri le porte al profitto in un servizio pubblico, prima o poi qualcuno dovrà pagare il conto. E quel qualcuno non sarà il fondo d’investimento. Saranno le famiglie, i territori, gli studenti, e anche i lavoratori della scuola.
C’è un punto che trovo quasi offensivo, oltre che politicamente miope: mentre si immagina una scuola “appaltabile”, si continua a rimandare la questione più urgente di tutte. Gli stipendi.
Dormitori al posto di stipendi dignitosi
La parte più surreale della risposta di oggi riguarda la carenza di docenti, soprattutto nelle città del Nord, dove il costo della vita è ormai fuori scala. Che cosa propone il Governo? Aumenti salariali? Un piano straordinario per attrarre e trattenere insegnanti? Un intervento serio sul caro-affitti?
No. Propongono dormitori per docenti, foresterie annesse alle scuole.
E qui bisogna fermarsi un attimo, perché non è solo una proposta sbagliata. È una fotografia impietosa di un fallimento.
È come se dicessero, nero su bianco:
- “Sì, lo sappiamo: con questo stipendio un insegnante non può permettersi una casa dignitosa.”
- “Sì, lo sappiamo: nelle città dove servono docenti, i docenti non riescono a vivere.”
- “Sì, lo sappiamo: ma invece di aumentare i salari, vi mettiamo un letto.”
E poi c’è la parte più grave, quella che sembra invisibile a chi governa ma che chiunque abbia un minimo di esperienza di vita coglie immediatamente: una foresteria non è welfare. È un modo per dire che il lavoro deve divorare tutto.
Perché un docente non è un turnista stagionale. Non è manodopera da spostare come pacchi. Un insegnante è una persona che ha una famiglia, delle radici, una vita. E soprattutto: la scuola funziona quando le persone stanno bene, quando non vivono in precarietà esistenziale, quando non sono trattate come “risorse umane” da sistemare in un dormitorio.
Non chiamatelo welfare: è resa
Mi colpisce il tono con cui questa idea viene presentata: come se fosse una soluzione moderna, persino intelligente. Ma è l’esatto contrario. È una resa mascherata da innovazione.
È come se in sanità, invece di assumere e pagare meglio, si proponessero brande per medici negli ospedali. Oppure, invece di affrontare il caro-affitti, si aprissero camerate per lavoratori “strategici”. Sembra una caricatura, ma è quello che sta succedendo.
E c’è un’altra cosa che mi inquieta: questa visione della scuola come luogo totale, in cui lavori, vivi, dormi. È un’idea che sa di Novecento industriale, non di Repubblica democratica. È la logica del “ti do un letto, quindi non lamentarti”.
Ma uno Stato serio non “sistema” i docenti: li rispetta. E il rispetto, in politica, si misura in due cose molto concrete: stipendio e condizioni di vita.
La vera emergenza: stipendi e casa
La verità è che il Governo oggi ha certificato ciò che milioni di cittadini sanno già: vivere è diventato impossibile per troppe persone. E non riguarda solo il personale scolastico.
Il carovita non è una sensazione. È la spesa, è l’affitto, è la benzina, sono le bollette. È il fatto che un insegnante, in alcune città, deve scegliere tra una stanza condivisa e un pendolarismo massacrante. È l’idea che un lavoro fondamentale per il Paese sia diventato economicamente insostenibile.
Questa non è una questione corporativa. È una questione nazionale.
E allora la risposta non può essere “dormitori”. La risposta è:
- aumentare gli stipendi, seriamente, perché l’inflazione li ha erosi e perché l’Italia è indietro rispetto ai principali Paesi europei;
- varare un vero Piano Casa nazionale, perché il mercato immobiliare è ormai una macchina che schiaccia chi lavora.
Non servono trovate. Serve politica. Quella vera.
La scuola non è in vendita
E qui torniamo al punto iniziale. La scuola pubblica non è un comparto da “mettere a reddito”. Non è un terreno di conquista. Non è un’azienda. È un bene comune.
E se qualcuno pensa di trasformarla in un mercato, sappia che non ci troverà silenzio. Troverà opposizione. Perché la scuola pubblica è una promessa che uno Stato fa ai suoi cittadini: la promessa che nascere in un quartiere o in un altro, in una famiglia ricca o povera, non debba decidere tutto.
Quella promessa non si finanzia con project financing e dormitori. Quella promessa si finanzia con investimenti pubblici, stipendi dignitosi e diritti sociali.
Il resto è propaganda. E, purtroppo, anche un po’ di cinismo.
