Meloni si gioca tutto il 22 marzo?
di Gregorio Scribano
Il referendum sulla riforma della giustizia – cavallo di battaglia del centrodestra – non è soltanto una tappa legislativa. È, nei fatti, un passaggio politico che può ridisegnare gli equilibri della legislatura. E chi sostiene che si tratti di una consultazione “tecnica” o circoscritta al merito delle norme ignora – o finge di ignorare – la portata politica che essa assume nel contesto attuale.
Per Giorgia Meloni il voto del 22 marzo è un test di tenuta politica. Un’eventuale sconfitta del Sì non sarebbe una semplice battuta d’arresto parlamentare, ma potrebbe trasformarsi in una vera crisi di governo: un terremoto per Palazzo Chigi! Il precedente evocato da molti è quello del referendum costituzionale del 2016, che costò il governo a Matteo Renzi. Anche allora si disse che non era un plebiscito. Anche allora il risultato ebbe conseguenze che andarono ben oltre il quesito.
È per questo che Fratelli d’Italia ha scelto la linea della mobilitazione totale. Non un semplice sostegno formale, ma una campagna capillare, quotidiana, quasi elettorale. “Come se doveste andare a caccia di preferenze”, è l’indicazione che circola tra dirigenti e parlamentari.
La Direzione nazionale riunita a Roma ha dato il via libera a una strategia che punta al porta a porta, alla presenza costante sui territori, a una comunicazione serrata. La riforma della giustizia è nel programma della coalizione: perderla significherebbe offrire all’opposizione l’argomento perfetto per aprire una crisi.
Il paradosso è evidente: si chiede di non politicizzare il referendum, ma al tempo stesso lo si vive come uno spartiacque politico. Tenere insieme queste due esigenze – abbassare i toni e mobilitare l’elettorato – sarà l’equilibrio più difficile.
Nel partito si insiste sul fatto che la riforma non è “di parte”. Arianna Meloni ha parlato di una responsabilità collettiva, evocando ancora una volta l’immaginario del “Signore degli Anelli”: la “responsabilità dell’anello” come metafora di un impegno personale e condiviso.
Non basta la leadership della premier, è il messaggio. La vittoria non è automatica, va costruita.
Sulla stessa linea Adolfo Urso, che collega il Sì a una giustizia “più autonoma e responsabile”, meno gravosa per le imprese e per chi investe. Ignazio La Russa rivendica il diritto di intervenire nel dibattito, distinguendo il suo ruolo da quello super partes del Quirinale. Più cauto ma realistico Edmondo Cirielli: “Non dobbiamo fare come la sinistra, alzare lo scontro”, avverte. Ma ammette anche che una sconfitta “positiva non è”. Infine Giovanni Donzelli allarga il perimetro del fronte del Sì, parlando di giuristi, magistrati, uomini e donne di cultura non necessariamente di centrodestra.
Il punto politico è tutto qui: trasformare una riforma identitaria in una battaglia nazionale. Arruolare anche chi culturalmente è distante, per dimostrare che il tema supera la tradizionale contrapposizione destra-sinistra.
Ma l’opposizione non resterà a guardare. Se il fronte del No riuscisse a presentare il referendum come un giudizio sull’operato complessivo del governo, che ha fallito in termini di pubblica sicurezza, immigrazione, sanità pubblica, trasporti e infrastrutture, adeguamenti salariali e soprattutto il superamento della Legge Fornero che addirittura è stata peggiorata, la consultazione diventerebbe inevitabilmente un voto di fiducia mascherato. In quel caso, la campagna perderebbe il suo carattere tecnico e si trasformerebbe in uno scontro frontale sulla leadership di Meloni.
È questo il vero rischio. Non tanto la discussione sul merito della riforma – che pure divide magistratura e politica da anni – quanto la dinamica plebiscitaria che può innescarsi. Quando un referendum diventa simbolico, il risultato pesa più del contenuto.
Per la premier, vincere significherebbe rafforzare l’asse della legislatura e blindare l’ultimo anno di governo. Perdere, invece, aprirebbe una fase di turbolenza: non necessariamente una caduta immediata, ma un logoramento accelerato, con l’opposizione pronta a chiedere il conto politico.
Il 22 marzo, dunque, non si voterà soltanto una riforma della giustizia. Si misurerà la capacità della maggioranza di trasformare un tema divisivo in un consenso trasversale. E si capirà se la leadership di Giorgia Meloni resta saldamente ancorata al Paese o se comincia a incrinarsi sotto il peso di una consultazione che, volenti o nolenti, ha assunto il valore di un referendum sul governo stesso.
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