di Gregorio Scribano
L’asticella dell’età pensionabile – C’è un mantra silenzioso che attraversa gli uffici, le fabbriche e i cantieri d’Italia. Non conosce distinzione di classe né di contratto: è il desiderio, quasi fisico, di poter finalmente dire “basta”.
«Non vedo l’ora di andare in pensione» non è più solo una frase fatta, ma il sintomo di una sindrome collettiva, un pensiero fisso che si fa strada quando il corpo e la mente iniziano a chiedere il conto dopo anni e anni di sveglie all’alba, turni, scadenze, responsabilità.
Eppure, per milioni di lavoratori, quel traguardo sembra essersi trasformato in un miraggio nel deserto.
Se gli anni Sessanta e Settanta sono stati l’epoca della spensieratezza previdenziale – figlia di un boom economico che appariva infinito e di riforme oggi bollate come insostenibili – il 1995 ha segnato l’inizio di una lunga stagione di austerità. Ma è nel 2011, sotto il rigore tecnico del governo Monti, che il patto sociale tra Stato e cittadino si è incrinato profondamente.
La Riforma Fornero ha eliminato d’un colpo la pensione di anzianità, ancorando l’uscita dal mondo del lavoro a un numero: 67 anni. Un numero che, beffardamente, continua a crescere per effetto del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita.
La metafora è crudele ma calzante: il lavoratore è come un saltatore in alto che, dopo una rincorsa durata quarant’anni, vede i giudici alzare l’asticella proprio nel momento dello stacco.
Mentre il dibattito pubblico si concentra, giustamente, sulle nuove frontiere del lavoro – il lavoro agile, la settimana super corta, la rivoluzione digitale – ci si dimentica spesso di chi è rimasto indietro. Parliamo di chi ha sulle spalle 35 o 40 anni di contributi versati in un’epoca in cui il termine “smart working” non era neppure immaginabile.
Per questi veterani, il lavoro era quello tradizionale: presenza fisica, fatica costante, ritmi rigidi. Continuare a imporre loro un obbligo che supera la soglia dei 65 anni non è solo una scelta economica: è una mancanza di sensibilità sociale. Parlare di “diritti acquisiti” non dovrebbe essere un tabù quando si tratta della dignità di chi ha costruito il PIL di questo Paese.
Il punto non è smettere di lavorare e produrre, ma riappropriarsi della libertà di scegliere.
L’obbligo trasforma il lavoro in una condanna biologica.
La scelta lo eleva a contributo civile.
Se il sistema garantisse davvero una via d’uscita dignitosa a 65 anni, molti sceglierebbero – salute permettendo – di restare comunque: per passione, per senso di responsabilità, per integrare il reddito. Potrebbero fare da mentori ai più giovani, trasmettere competenze, accompagnare l’innovazione. Si potrebbe persino lavorare fino a 75 o 80 anni, se la salute lo consente. Ma per volontà, non per decreto.
Il nodo è qui: la percezione di un patto incrinato tra Stato e cittadino. Per decenni si è chiesto ai lavoratori di versare contributi con la promessa implicita di una certezza finale. Quando quella certezza viene continuamente spostata in avanti, la fiducia si erode. E senza fiducia, nessun sistema regge davvero.
Il sistema previdenziale deve essere sostenibile, certo. Ma la sostenibilità non può essere solo finanziaria: deve essere anche sociale e psicologica. Un Paese che ignora la fatica accumulata rischia di produrre vite esauste, spezzate.
Finché l’asticella continuerà ad alzarsi d’ufficio, la pensione resterà un orizzonte che arretra ad ogni passo. Una linea sottile nel deserto del tempo, verso cui si cammina senza mai raggiungerla. Una corsa infinita che toglie il fiato e, purtroppo, anche la speranza.
E un Paese che costringe i suoi lavoratori a correre senza un traguardo, senza una meta certa, non sta soltanto chiedendo di più: sta spegnendo la speranza di una vecchiaia serena dopo una vita di lavoro.
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