© foto di SSC Bari

All’Euganeo si arriva con lo stomaco chiuso e il cuore ostinato. Seicentoquarantuno baresi riempiono uno spicchio di curva come si riempie una trincea a supportare, ma anche a sopportare la squadra: non per moda, ma per appartenenza. Sono lì, masochisti e innamorati, consapevoli che la classifica racconta una storia impietosa e che il Bari sembra scivolare verso un destino che nessuno vuole nominare ma che aleggia, cupo, come una retrocessione annunciata.

Si chiede poco e si pretende tutto: punti, certo, ma soprattutto segnali. Carattere, attenzione, orgoglio. Il tempo per rimediare c’è ancora, almeno aritmeticamente, ma la fiducia si è assottigliata partita dopo partita, soprattutto quando contro le dirette concorrenti non si è riusciti a incidere. E allora la domanda resta sospesa alla vigilia: se non si fa bottino con chi lotta per la stessa sopravvivenza, dove si andrà a cercare la salvezza? Questa squadra, secondo Longo e glia detti, è ancora un cantiere. Col campionato che ormai ve verso il termine.

Adesso il pallone deve ancora muoversi, ma le aspettative sono già tutte lì, pesanti e fragili insieme. Sugli spalti, quei seicento continuano a crederci contro ogni logica, come si crede solo alle cose che fanno soffrire e che, proprio per questo, non si riescono ad abbandonare.

Cerofolini, Cistana, Odenthal, Mantovani, Piscopo, Maggiore, Artioli, Dorval, Cavuoti, Rao, Moncini. Questi gli “undici” mandati in campo da Longo.

Il Bari prova ad approcciare la gara con una pressione quasi volenterosa, come se bastasse l’intenzione a cambiare il copione di un’intera stagione. Per qualche minuto sembra persino crederci: una manovra pulita sulla sinistra, il cross di Mantovani, la testa di Moncini che però si perde alta, come troppe occasioni di quest’anno, abbozzate e mai compiute.

Ma è un’illusione breve. Il Padova, senza essere nulla di trascendentale, prende campo con una facilità disarmante. Basta un calcio piazzato per spaventare, un corner per colpire. Sul primo vero affondo, Di Mariano – proprio lui, quello che a Bari ha detto no – resta solo al limite e trova il tiro che sblocca la partita. Cerofolini non può farci nulla. E in quel gol c’è tutta la fotografia di questa stagione: episodi che altrove forse non accadono, giocatori che contro il Bari trovano sempre il giorno giusto.

Da lì in poi è quasi un monologo veneto. Cross a ripetizione, affondi sulla destra, conclusioni murate o fuori di poco. Capelli viene respinto, Herder calcia fuori da buona posizione, Bortolussi si presenta a tu per tu con Cerofolini ma si fa ipnotizzare. Il Bari subisce. Subisce tutto. Anche un Padova ordinario riesce a sembrare padrone del campo. E non è una novità: quest’anno chiunque fa la partita contro i biancorossi.

La squadra di Longo appare rassegnata, senza idee, aggrappata a verticalizzazioni forzate per Rao, troppo solo per reggere il peso di una speranza. Proprio Rao accende un lampo improvviso infilando la difesa e calciando di poco a lato con Sorrentino che chiude bene lo specchio. Poi Odenthal, di testa su corner, sfiora il pari. Fiammate isolate in un contesto povero, confuso.

Intanto da Venezia arrivano notizie che fanno ancora più male: il Pescara è avanti e il Bari scivola virtualmente all’ultimo posto. Un’onta pesante. Poi, quasi a sorpresa, nel recupero del primo tempo, su una punizione sporca, Piscopo trova la girata giusta e rimette tutto in equilibrio. Proprio mentre a Venezia il risultato si ribalta in favore dei lagunari.

Si va al riposo sull’1-1, ma con la sensazione che il pareggio sia più un episodio che una risposta. E che, ancora una volta, il Bari rincorra la partita invece di governarla.

La ripresa si apre con Rao che decide di caricarsi il Bari sulle spalle. Si inventa una giocata personale, coordina il corpo e calcia al volo: la palla sale troppo, ma è un segnale. Poco dopo è ancora lui, incontenibile, a cercare di trascinare i suoi in una partita che sembra poter cambiare direzione. Per qualche minuto il Bari pressa, il Padova arretra e mostra tutti i suoi limiti. Se dall’altra parte ci fosse una squadra vera, probabilmente ne approfitterebbe senza pietà. Ma questo Bari, lo sappiamo, squadra compiuta non è.

Bonaiuto su punizione colpisce la traversa: il legno vibra e con lui vibra l’illusione che possa essere la svolta. Invece, passano appena cinque minuti e la fiamma si spegne. Il Bari si affloscia, torna corto di idee e di fiato. Longo prova a intervenire: fuori Cavuoti, dentro De Pieri. Ma l’uscita del primo scopre il centrocampo, lo rende più fragile, meno protetto. Intanto da Venezia arriva la notizia del pareggio del Pescara: la classifica resta un cappio che non si allenta.

La squadra biancorossa scompare a tratti dal campo, come in un film già visto, di quelli con il finale scritto in anticipo. Triplo cambio: entrano Cuni, Esteves e Traorè. È un tentativo di scuotere una partita che scivola verso la paura. Il Padova prende coraggio, Caprari — a digiuno di gol in Serie B da un’eternità (strano come non abbia segnato) — prova a sorprendere Cerofolini, che devia in corner. Per un attimo sembra il preludio alla beffa, quella che questa stagione ha già recitato troppe volte.

E invece, negli ultimi minuti, succede qualcosa di diverso. È il Bari a spingere. Una ripartenza libera Cuni in area, ma il suo tiro è troppo debole per impensierire Sorrentino. Poi la doppia occasione più grande: cross di Dorval, colpo di testa potente dell’albanese, risposta del portiere; sulla ribattuta ancora Cuni non trova il guizzo decisivo. È l’attimo che poteva cambiare tutto e che invece si spegne tra le mani dell’estremo difensore veneto.

Finisce in parità. Un punto che non sistema nulla, che non accorcia le distanze e anzi allarga il margine dai playout. Un pareggio che lascia addosso la sensazione di aver sfiorato qualcosa senza mai afferrarlo davvero.

Finisce 1-1 all’Euganeo. Il Bari manca ancora l’appuntamento con la vittoria, ma almeno interrompe la catena delle sconfitte. È un punto che pesa poco in classifica, eppure spezza qualcosa dentro: non si esce umiliati, non si esce travolti. Si resta in piedi. E in una stagione così, restare in piedi non è dettaglio.

Non è stata una grande partita, tutt’altro. Dopo un avvio discreto il gol del Padova ha tolto ossigeno e coraggio, e per lunghi tratti si è rivisto il copione di sempre: smarrimento, campo concesso, rischio di affondare come a Mantova. Il pari è arrivato quasi per ostinazione, per un episodio, ma nel secondo tempo si è intravista una volontà diversa. Non sempre lucidità, non sempre qualità, ma almeno l’idea di provarci fino in fondo. E se «non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe» scriveva Montale, qui non si può chiedere perfezione: si chiede sopravvivenza.

Artioli ha portato ordine e grinta, lasciando intravedere spessore anche con una condizione ancora parziale. La mancanza di Verreth e di Brounoder non si è avvertita, mentre Maggiore continua a restare ai margini del racconto. Forse il centrocampo a tre offre più equilibrio. Piscopo ha dato segnali incoraggianti, Moncini resta isolato, in attesa di rifornimenti che arrivano a intermittenza. I cambi, stavolta, non fanno danni: aggiungono freschezza senza incidere davvero sul risultato.

Nel finale il Bari sembra persino voler vincere. Una rarità stagionale. Cuni ha sul piede e sulla testa il pallone che potrebbe cambiare il destino della giornata, ma resta un’illusione. E allora resta il dubbio, amaro: «Ai posteri l’ardua sentenza», direbbe Manzoni. Questo punto è un inizio o solo un’altra occasione mancata?

Per salvarsi servono vittorie, non barlumi. Servono ventitré, ventiquattro punti che oggi sembrano un’impresa quasi epica, soprattutto pensando a quanto poco è stato raccolto contro le dirette concorrenti. Andare a Genova significherà farlo con l’idea di vincere, contro la storia e contro la logica.

Oggi non si è vista una squadra imbarazzante. Si è vista una squadra che prova a salvarsi. È poco, sì. Ma in questo deserto anche un filo d’erba può sembrare una promessa.

Massimo Longo

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