Nella vita di ciascuno la casa natale è la prima radice. In questo racconto che è il primo capitolo del mio libro Taranto it’s my life  c’è la descrizione di una Taranto del 1956

Dovevo scrivere. L’impulso c’era, l’idea della casa al mare aveva funzionato! E dal mare arrivava il primo ricordo. Dovevo raccontare partendo da una giornata al mare del 1956. Mi alzai con decisione e tornai dentro la stanza. Sbarazzai il tavolo dalla cenere del tabacco, levai bicchiere e bottiglia vuota di vino e scrostai la cera della candela che ormai spenta aveva incerato un pezzo di tavolo. Presi il PC portatile e lo accesi, foglio vuoto di word, documento uno. Cominciai a scrivere il primo capitolo: la casa natale.

La giornata volgeva al termine. Il pomeriggio inoltrato si colorava di rosa. Il tramonto è sempre il momento più fresco della giornata al mare. Le famiglie raccoglievano le loro cose, nelle cabine s’indossavano i vestiti del rientro. Fu in quel momento che entrò in scena l’immagine più impressionante della pellicola.  Il padre, un militare enorme che straripava nella sua bianca divisa s’avvicinava al bimbo con un largo sorriso.

I radi capelli su un volto perennemente abbronzato ostentavano bene l’aspetto d’un marinaio “vissuto” nel mare. Il collo taurino offriva idea della sua forza, ampiamente riconosciuta nell’ambiente militare. Una ricca aneddotica raccontava delle sue gesta: quando con un pugno ammazzò un asino impazzito che stava seminando il panico in caserma; oppure quella volta che, in piena azione di guerra, sbloccò con la forza della mano il meccanismo d’una pistola che s’era inceppata nel momento del bisogno. Quest’uomo forte era là, imponente di fronte al bambino.

   Fui preso da un grande impulso, se avessi potuto mi sarei buttato fra le sue forti braccia. Difatti in quell’attimo mi ricordai d’averlo perso a soli sedici anni, negli anni del ‘68, nell’età in cui la voglia di crescere e di “essere” è superiore a ogni sentimento e la figura del padre, per cultura dominante fra i giovani di quei tempi, anti generazionali, era l’immagine di un matusa rompiscatole. Come m’ero pentito da adulto, quando quella figura paterna m’era mancata, come avevo pianto in solitudine davanti alla sua tomba! Ora mio padre era lì, davanti a me. 

La famiglia salì tutta sopra una robusta bicicletta d’altri tempi; il bambino fu collocato sul seggiolino avanti, suo fratello Antonio sul cavallo del manubrio; la mamma, seduta dietro, aveva in braccio la sorella Silvana e con forti pedalate il militare sfidava scherzosamente un collega in lambretta. Le strade della città erano animate da un viavai di persone, non c’erano auto, solo un vecchio torpedone col muso allungato, passando davanti a noi aveva costretto la famiglia a fermarsi. Il pullman aveva un doppio numero 12 separati da un trattino.

   Solo da adulto avrei saputo che i due numeri erano le due rotaie della tranvia che una ditta Inglese aveva realizzato negli anni 20/30 poi coperte dall’asfalto. Come Taranto perdette la sua metropolitana di superficie – fiore all’occhiello di molte metropoli moderne – sarà raccontata su un libro  sulla storia dei trasporti pubblici tarantini di Oreste Serrano.

Accanto al salvagente erano ferme alcune carrozze trainate da cavalli. 

   Quanto era bello muoversi dentro una città senza il rumore del traffico delle auto, con un cielo terso e pulito che, da adulto, rammentavo di aver visto solo in alta montagna. 

La vita scorreva lenta e pacifica in una cittadina che da appena un decennio aveva superato la guerra e s’andava espandendo celermente. Il tragitto dalla spiaggia Punta Pizzone a Via Trieste non era lungo, anche perché non c’erano il dedalo di incroci e sottovia che furono costruiti decenni dopo, ma il tratto in bici appariva lunghissimo,

Quando furono a casa, la cosa che va scritta per pura cronaca è che non c’era la televisione, i bambini andarono a letto presto. Quando anche il piccolo Roberto fu messo nel lettone, s’avvicinò Lucia la sorella più grande, che allora aveva diciassette anni. Una ragazza con un viso dolce, che per lui sarebbe stata sempre come una seconda mamma. Lei s’accostò e l’accarezzò amorevolmente.

    Filmiamo la scena del bambino mentre chiude gli occhi e facciamo girare la cinepresa fino a guardare un calendario a foglietti mobili che sta affisso su una parete della stanza. Il 27 giugno del 1956. Il mio compleanno: avevo tre anni. Avevo ancora voglia di scrivere quello che stava avvenendo intorno a me: i rumori, le grida vivaci degli altri bambini, le poche parole in idioma salentino dei miei genitori. Mio padre e mia madre si misero a letto da una parte e dall’altra e il maresciallo m’ avvolse con il suo braccio enorme e cantò una dolce nenia, che richiamava qualche ricordo di una cultura contadina: “campane, che suonate ogni sera, suonate anche per il piccolo Roberto che è più bello di un fiore”.

    L’armonia insolita di quelle parole semplici, il sentirmi di nuovo a casa, mi mise in uno stato d’animo talmente idilliaco da perdere ogni coscienza di me. Scrivevo e non sapevo se dormivo o se lo stato di intermittente incoscienza fosse legato a quella particolare condizione in cui versavo, traslato con la mente nel tempo dalla potenza della scrittura. Immaginai d’essere dentro il bambino e spegnere ogni senso e quasi mi sembrava, al risveglio, d’aver dormito davvero profondamente, mentre digitavo come un automa sulla tastiera del computer. 

   Nel momento in cui volevo essere presente, ascoltavo, quasi prendendo posto nel corpicino e quindi non potendo vedere nulla, poiché il bimbo aveva gli occhi chiusi, i rumori della notte, il greve russare di mio padre e il respiro profondo di mia madre. Ecco è ancora notte e una rumorosa sveglia, grande quanto una padella, trillò con un suono secco e assordante.

Il padre abbandonò il letto. Dall’altro lato della casa la mamma era già al lavoro e s’era sparso tutt’intorno l’odore forte di caffè. Appena uscita dal macinino la polvere di caffeina sa di fresco, colpisce le narici di effluvi, come quella del bar. La vita in quegli anni era scandita da piccoli gesti quotidiani, senza affettazioni e l’assenza di ogni elettrodomestico, conquiste di anni successivi, faceva sì che regnasse, a ogni ora del giorno, il silenzio; si parlava di più tra le persone e i bambini si raccontavano i loro sogni e imbrigliavano le loro fantasie in giochi collettivi senza gesti particolarmente aggressivi.

A giorno fatto suo fratello Antonio si gettava sempre sul lettone, dicendogli di guardare accanto all’armadio, dove s’apriva una porta immaginaria che proiettava un mondo pieno di favole a colori.

   Avevo sempre creduto a quella porta immaginaria, lì ad oriente, e quella scena gremì miei sogni anche da adulto.

La mattina cominciò con la normalità di una vita da bambino di tre anni.

    Coglievo qualsiasi pretesto per scoprire ogni angolo della casa della primissima infanzia che avevo dimenticato. Fin quando ebbi modo di osservare, dal balcone interno, l’immagine della grande strada che avrebbe caratterizzato la mia vita intera. Quel viale maestoso con numerosi platani e aceri che si collegava alla Magna Grecia. Ma all’epoca era Viale Venezia.  In tutti gli spostamenti, da una casa all’altra, sarei vissuto su quel viale. 

L’orizzonte era libero. Non si vedevano palazzi, solo tanta campagna e, in lontananza, le poderose mura rossicce dello stadio comunale intestato al Mazzola del Grande Torino. 

    Una cosa però mi commosse: un gigantesco platano, dì trenta o quaranta metri, troneggiava all’inizio del Viale. Quell’albero che avevo visto fin da bambino, m’appariva come un gigante buono, rappresentava un po’ il simbolo della mia infanzia. Quando, molto più tardi, fu abbattuto per costruire un sottovia, fu come se avessero sradicato dal mio cuore le radici con la mia casa natale. Da quel momento avrei cominciato a non sentire più totalmente mia una città di cui non capivo lo sviluppo urbano.

A un certo punto il piccolo ascoltò i discorsi complicati tra la madre e Lucia, la sorella più grande: parlavano del fatto che il padre non sarebbe tornato, perché imbarcatosi per obblighi militari.

    Ripensai a quanto peso ebbero, su di me, queste assenze. Quante volte fui solito attendere un padre che non tornava, come nella poesia pascoliana. 

    Quasi per stabilire un contatto facevo una cosa davvero strana: passavo molto tempo sul balcone, a fare coriandoli con pezzi di carta e di giornali, e li buttavo giù come se fossero minuscoli messaggi affidati al vento e guardavo sempre per vedere se, talvolta, tra i frammenti di quei piccoli pensieri, dall’angolo di Via Trieste svoltasse una divisa. 

    Mi sembra di rivivere quel giorno in cui mio padre finalmente tornò, dopo alcuni mesi, che per un bambino sono un tempo indefinito e di come saltando di gioia, scivolassi lungo le scale per essere il primo a salutarlo. 

Il padre ingrassato più del solito, saliva le scale con fatica e non lo riconobbe. La madre l’aveva rasato a zero, come si faceva solitamente ai bambini per paura dei pidocchi.

    Fu solo un attimo, ma il senso di smarrimento che mi colse allora l’avrei rammentato per tutta la vita. Forse è davvero questa la primissima infanzia, la famiglia, il padre, la madre e tutti gli altri connessi. Cosa raccontare di quegli anni se non gli odori e i colori di una città che talvolta c’era, talvolta appariva. 

    Vivevo in una strada che era allora periferia, di quella città cresciuta in fretta. Ora la mia casa natale è inglobata coi suoi tre piani, in un poderoso quartiere cresciutole addosso e intorno; solo quando si è ingoiati nel sottovia finale di Viale Magna Grecia si può intravedere, ma è un lampo, un flash e poi nulla.

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