Politica Estera – Ci sono momenti in cui la politica estera smette di essere una materia per addetti ai lavori e diventa qualcosa che ti riguarda mentre fai la spesa o paghi una bolletta. La guerra in Iran è uno di quei momenti.

Non sappiamo ancora dove porterà davvero questa escalation. Sappiamo però che quando il Medio Oriente brucia, l’Europa non resta al riparo. L’energia, le rotte commerciali, la sicurezza nel Mediterraneo: tutto si intreccia. E allora la domanda non è solo cosa sta facendo il governo italiano, ma che idea di Paese vuole incarnare in un mondo che sembra sempre più instabile.

La mia impressione è che l’Italia, ancora una volta, stia scegliendo la prudenza come postura permanente. Prudenza nelle dichiarazioni, prudenza nelle prese di posizione, prudenza nel non urtare nessuno. È comprensibile: siamo dentro alleanze precise, dalla NATO all’Unione europea, e non possiamo muoverci come battitori liberi. Ma un conto è la lealtà agli alleati, un altro è l’assenza di una voce riconoscibile.

Cose che l’Italia dovrebbe fare e non fa

In un conflitto come questo, che coinvolge direttamente l’Iran e indirettamente gli equilibri di tutto il Golfo, l’Italia dovrebbe fare almeno tre cose con più coraggio.

La prima: dire con chiarezza qual è il suo obiettivo politico. Non basta invocare la pace. Tutti invocano la pace. Ma quale pace? Una tregua temporanea? Un nuovo equilibrio regionale? Un ritorno ai negoziati sul nucleare? Se non si esplicita una visione, si resta nel generico. E il generico, in diplomazia, conta poco.

La seconda: investire davvero nel ruolo di ponte mediterraneo di cui tanto amiamo parlare. L’Italia ha relazioni storiche con molti Paesi della regione. Non siamo percepiti come una potenza aggressiva, e questo è un capitale politico. Ma un capitale che non si usa si svaluta. Perché non proporre una conferenza multilaterale? Perché non spingere con forza per un’iniziativa europea autonoma, invece di aspettare che la linea arrivi da Washington o da Parigi?

La terza: parlare onestamente agli italiani delle conseguenze. Se il conflitto si allarga, i prezzi dell’energia possono salire, le tensioni nel Mediterraneo aumentare, le missioni militari moltiplicarsi. È giusto dirlo. È giusto spiegare che le scelte internazionali hanno un costo. La sensazione, invece, è che si preferisca minimizzare per non alimentare paure. Ma le paure crescono proprio nel silenzio.

C’è poi ciò che il governo non sta facendo, o fa troppo poco: costruire un consenso largo su questi temi. La politica estera continua a essere terreno di scontro interno, come se ogni crisi fosse un’occasione per guadagnare qualche punto nei sondaggi. Eppure, in gioco c’è la credibilità del Paese, non quella di un partito.

Un soldato americano

Personalmente credo che l’Italia abbia ancora la possibilità di ritagliarsi uno spazio serio e riconoscibile. Non come potenza militare – non è quello il nostro ruolo – ma come attore diplomatico affidabile. Però questo richiede una scelta: smettere di galleggiare tra dichiarazioni prudenti e posizioni di rincorsa.

La guerra in Iran non è solo un fatto geopolitico. È uno specchio. Ci costringe a chiederci se vogliamo essere un Paese che subisce le crisi o che prova, nel suo piccolo, a orientarle. Non è una domanda astratta. È una domanda politica. E prima o poi, qualcuno dovrà rispondere senza rifugiarsi nelle formule di rito.

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