Sequestrata per un libro. La mia vita digitale sospesa e la decisione che ha ristabilito un principio

Castellaneta Marina, 3 marzo 2026

Il 12 gennaio 2026 non è stato un giorno qualunque.

Alle prime ore del mattino, otto Carabinieri, guidati dal comandante della Stazione di Castellaneta, hanno eseguito un decreto di perquisizione personale, domiciliare e informatica nei miei confronti, disposto dalla Procura della Repubblica di Trieste.

Il provvedimento riguardava un’indagine per diffamazione aggravata, calunnia e atti persecutori, scaturita da una denuncia presentata dalla professoressa Loredana Panariti dell’università di Trieste.

Oggetto dell’intervento: post pubblicati su Facebook e un libro da me scritto, “E io ci rido sopra”.

Al termine della perquisizione sono stati sequestrati due telefoni cellulari ritenuti strumenti attraverso cui sarebbero state diffuse le espressioni contestate.

 

Quando il sequestro non è solo tecnico

Nel 2026 un telefono non è un semplice oggetto.

È identità digitale, archivio sanitario, banca dati professionale, strumento di autenticazione verso enti pubblici e privati.

Nel mio caso, quei dispositivi contenevano:

• comunicazioni con i miei legali;

• documentazione processuale;

• accessi a INPS e altri servizi pubblici tramite OTP;

• prenotazioni mediche;

• corrispondenza professionale;

• contatti quotidiani con i miei figli, che vivono a 1.500 chilometri di distanza.

L’immediato acquisto di nuovi telefoni non ha risolto il problema: molte credenziali, autenticazioni e sistemi di sicurezza erano collegati ai dispositivi sequestrati.

Per giorni sono rimasta isolata da parti essenziali della mia vita familiare e lavorativa.

La perquisizione è stata vissuta come un momento di forte pressione psicologica. Non tanto per la presenza delle forze dell’ordine — che hanno operato nell’ambito del mandato ricevuto — quanto per la portata del provvedimento: una perquisizione totale, con autorizzazione alla rimozione di ostacoli se necessario, estesa a casa, auto, ufficio e alla mia persona.

 

Il contesto giudiziario

Da oltre vent’anni sono parte attiva in vicende giudiziarie che mi vedono denunciare fatti che considero gravissimi nei confronti miei e della mia famiglia. Molte di quelle denunce non hanno avuto seguito.

La denuncia nei miei confronti, invece, ha prodotto in poche settimane un fascicolo di oltre 300 pagine, indagini articolate e il sequestro dei miei strumenti di comunicazione.

Di fronte a questa situazione mi sono rivolta all’avvocato Francesco Bellocchio, del Foro di Taranto, che già in passato mi aveva assistita con esito favorevole in procedimenti nei quali ritenevo fossero state adottate decisioni ingiuste o errate, come nel caso di un giudizio di primo grado che non aveva riconosciuto il furto subito nella mia abitazione.

È stato lui a predisporre l’istanza di riesame al Tribunale di Trieste, articolando una difesa fondata su un principio preciso: la proporzionalità.

 

La decisione del Tribunale del Riesame

Il 29 gennaio 2026 il Tribunale di Trieste, in funzione di Riesame, ha annullato integralmente il decreto di sequestro.

L’ordinanza è chiara.

Il Collegio ha richiamato la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di sequestri informatici, affermando che:

• il pubblico ministero deve motivare specificamente perché sia necessario sequestrare l’intero dispositivo e non procedere con l’estrazione mirata dei soli dati rilevanti;

• devono essere indicati criteri di selezione del materiale informatico;

• deve essere delimitato l’arco temporale di interesse investigativo;

• devono essere previsti tempi ragionevoli per la restituzione.

Nel mio caso, secondo il Tribunale, tali elementi mancavano.

Il sequestro è stato definito illegittimo per violazione del principio di proporzionalità e per ingiustificata compressione dei diritti alla proprietà e alla riservatezza dei dati personali.

È stata quindi ordinata l’immediata restituzione dei telefoni.

 

Un principio che riguarda tutti

La decisione non entra nel merito delle accuse.

Non stabilisce se le mie affermazioni siano fondate o meno.

Stabilisce però un punto fondamentale: anche nell’esercizio dell’azione penale, i poteri investigativi devono essere esercitati in modo proporzionato e motivato.

In un’epoca in cui la vita di ciascuno è concentrata in pochi dispositivi digitali, il sequestro indiscriminato di un telefono equivale a sospendere una persona dalla propria quotidianità civile.

La mia vicenda dimostra che esiste un equilibrio delicato tra esigenze investigative e diritti fondamentali. Quando quell’equilibrio viene meno, il controllo giurisdizionale è lo strumento che ristabilisce la legalità.

 

Una pagina personale

Non posso negare il peso umano di quei giorni.

La paura, l’isolamento, la sensazione di vulnerabilità.

Il timore per i miei figli, già segnati da anni di tensioni giudiziarie.

La restituzione dei dispositivi non cancella quell’angoscia.

Ma rappresenta la prima decisione giudiziaria, dopo molti anni di controversie, che riconosce un mio diritto in modo chiaro e inequivocabile.

Ed è un passaggio che considero non solo personale, ma civile: la riaffermazione che la forza dello Stato deve sempre essere accompagnata da rigore, misura e rispetto.

Perché senza proporzionalità non c’è giustizia.

C’è solo potere.

 

di Dott.ssa Marilena Favale