I social e l’altra faccia della medaglia.
Scorrere, postare, cancellare e riscrivere.
Italia – Dietro azioni tanto comuni divenute oggi quasi “automatiche”, ci si dovrebbe chiedere cosa rappresentano nel profondo, per un adolescente, i social. Forse non solo un passatempo o un posto virtuale in cui incontrarsi, ma un luogo mentale. Un luogo in cui si prova ad esistere agli occhi degli altri, ma soprattutto, persi nella ricerca del proprio IO, agli occhi di sè stessi. Ogni storia pubblicata, ogni bio modificata, ogni frase buttata lì alle due di notte è un tentativo di risposta alla domanda <<chi sono, mentre mi guardano?>>
Si parla spesso dei social come fabbriche di narcisismo, in cui si è alla ricerca vitale di like, di follower, dell’uso di filtri che ostentano una falsa immagine di sé, del desiderio di mostrare le proprie performance e le attitudini possedute.
Tutto vero, ma non ci si deve fermare a questa lettura. Il punto non è l’esibizione in sé, quanto il bisogno che la muove. In adolescenza l’identità è fragile, in costruzione, continuamente esposta al rischio di non essere riconosciuta e i social, diventano sempre più uno spazio di prova, un laboratorio emotivo dove si sperimenta il sé, a volte in modo confuso, altre volte in maniera sorprendentemente creativa.
L’uso troppo spesso inflazionato della parola narcisismo, non deve indurre nell’errore di credere che nasca dal “volersi troppo bene”. Al contrario, trova radici profonde nella disperazione del non sentirsi visti abbastanza. Freud parlava di investimento su di sé come fase necessaria dello sviluppo, mentre le teorie più recenti hanno chiarito che il problema non è amare sè stessi, bensì farlo in assenza di relazioni che restituiscano valore. Quando mancano risposte empatiche, il sé si frammenta e cerca appigli ovunque, e forse oggi, uno di questi appigli è lo schermo.
A tal proposito, si cade spesso in un equivoco frequente. Confondere l’uso dei social con una patologia porta a perdere di vista la loro funzione psicologica. Pubblicare un pensiero, una foto, una canzone non è solo mostrarsi, ma può rappresentare anche un modo per mettere ordine, dare forma alle emozioni e trasformare quest’ultime, grezze ed acerbe, in qualcosa di condivisibile. Heinz Kohut, con la Psicologia del Sé, spiegava che la costruzione dell’identità passa dalle relazioni che confermano l’esistenza dell’individuo. I social, nel bene e nel male, simulano questo processo. Offrono risposte rapide, sicuramente il più delle volte superficiali, ma comunque risposte.
Potremmo immaginare, che per un adolescente, scrivere online significhi spesso fare ciò che un tempo si faceva su un diario segreto. La differenza è che oggi quel diario parla, crea reazioni e giudizi, crea consensi e/o disprezzo. Non sempre in modo sano, certo. Però ridurre tutto a “dipendenza da like” sembra una scorciatoia pigra. In alcuni casi, la scrittura sui social, funziona come una pratica di autoriflessione frammentata, fatta di brevi testi, di immagini, di citazioni e meme. Pezzi sparsi che, messi insieme nel tempo, raccontano la storia personale dei nostri giovani.
Se provassimo a dare una chiave di lettura diversa dai luoghi comuni ormai in voga, fornendo una accezione diversa alla cura di sé attraverso l’uso dei social, potremmo addirittura concepirla come pratica attraverso cui l’individuo si costruisce come soggetto. Non un esercizio narcisistico, ma un lavoro teso alla coesione di un “sé fisiologicamente frammentato”. Michel Foucault, nella sua analisi delle antiche tecniche di scrittura personale, mostrava come annotare pensieri, rileggersi, confrontarsi con gli altri fosse un modo per diventare qualcuno, non solo per raccontarlo. Se guardiamo i social con questa lente, qualcosa cambia. Il feed diventa una forma contemporanea di scrittura di sé, sicuramente disordinata e imperfetta, a tratti rumorosa, ma non priva di senso.
Questo non significa idealizzare le piattaforme, anzi, si ha evidenza del fatto che gli algoritmi non educano, anzi amplificano e creano, in assenza soprattutto di riscontri, vuoti emotivi incolmabili. Premiano l’eccesso, semplificano e annichiliscono le emozioni, spingendo alla ricerca della visibilità continua e dell’agognato “consenso”. Ovviamente, in adolescenza tutto questo può diventare una trappola, soprattutto quando il riconoscimento esterno sostituisce ogni altra misura del valore personale. Il rischio non è usare i social, ma usarli come unico specchio possibile.
È qui che entra in gioco la necessità di rimodulare ed adattare la dimensione educativa ai fenomeni del momento. Non demonizzare, ma insegnare a leggere ciò che si fa online. Aiutare i ragazzi a capire perché pubblicano, cosa cercano, cosa provano quando nessuno risponde ed educare allo sguardo critico, significa restituire profondità a gesti che sembrano superficiali. Significa trasformare la narrazione digitale da esposizione compulsiva a strumento di consapevolezza.
In fondo i social non creano il bisogno di appartenenza, ma lo rendono visibile. Ogni profilo racconta il desiderio di far parte di qualcosa, di essere riconosciuti come esistenti, non solo come utenti. Dietro l’estetica patinata e le pose studiate c’è spesso una richiesta semplice che si nutre di like, ossia<< dimmi che conto>>.
Non possiamo quindi ignorare questa dimensione, poiché significherebbe lasciare i nostri giovani soli dentro uno spazio che abitano ogni giorno.
Forse allora la domanda giusta non è se i social facciano bene o male, ma la vera questione è che uso, noi adulti ne facciamo come osservatori prima, ed educatori poi. I social raccontano di una generazione che prova a costruirsi mentre tutto cambia, usando gli strumenti che ha, stando al passo con i tempi, a disposizione. A volte lo fa in modo goffo, altre con una lucidità che sorprende.
Quindi, scrivere e raccontarsi online resta, per molti adolescenti, in maniera decisamente inconscia, un tentativo serio di non perdersi. Anche solo e attraverso una storia che dura ventiquattro ore.
