La politica, nelle sue manifestazioni analitiche più profonde, supera l’essere un semplice “arte del possibile” nel senso pragmatico ristretto, per diventare un impegno esistenziale e conoscitivo con i limiti della realtà. Se il Cancelliere tedesco [Bismarck] ha voluto, con la sua celebre formula, consolidare la “Realpolitik” come alternativa all’idealismo sognante, l’evoluzione filosofica del concetto ha rivelato una “rivoluzione concettuale” che ha ridefinito il “possibile” stesso. Il possibile non è più un destino geopolitico imposto dalla geografia o dettato dalla forza militare bruta, ma è divenuto uno spazio flessibile modellato dalla visione e dall’innovazione cognitiva.

Questa trasformazione analitica ci sposta da una “politica reattiva” che gestisce i vincoli, a una “politica costruttiva” che estende i confini della realtà verso orizzonti precedentemente classificati come utopici. All’ombra della struttura delle rivoluzioni scientifiche e intellettuali, gli strumenti dell’azione politica sono cambiati: il soft power, la capacità di egemonia simbolica e la formulazione del discorso hanno sostituito lo scontro diretto, rendendo il “possibile” il frutto della capacità dell’attore politico di convincere la collettività di nuove alternative.

La vera politica oggi è quella che esercita una “rottura epistemologica” con i dogmi rigidi, trasformando gli ostacoli strutturali in piattaforme per saltare verso soluzioni non convenzionali; ciò spiega come movimenti politici e progetti internazionali siano riusciti a spezzare i determinismi della storia e della geografia riformulando la coscienza collettiva del concetto di “disponibile”.

Tuttavia, emerge la dimensione critica per avvertire che l’ “arte del possibile” non deve trasformarsi in un pretesto per consacrare la mediocrità o arrendersi allo status quo in nome del realismo. Un’analisi profonda rivela che il politico creativo è colui che rifiuta di sottomettersi alle definizioni del “possibile” dettate dalle potenze dominanti, cercando invece di espandere la cerchia del possibile attraverso una “rivoluzione nel metodo”.

È un processo continuo di distruzione e costruzione, in cui si demoliscono i vecchi concetti che legittimano l’impotenza e si costruiscono nuovi concetti che conferiscono all’azione politica uno slancio morale e conoscitivo, rendendo il “possibile” un orizzonte aperto e non un vincolo paralizzante, e la politica un viaggio incessante per trasformare l’ “auspicato” in realtà tangibile attraverso un’ingegneria consapevole dei rapporti di forza e di pensiero.


Sawsan Mabrouk
Vicepresidente dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, Tunisia

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