Giunti al decimo giorno di guerra, i cieli del Medio Oriente sembrano infiammarsi di mille bagliori, mentre sale il bilancio delle vittime
Dopo un lunedì frenetico per i mercati statunitensi, s’intensificano i raid ed il lancio di missili e droni tra le parti, in un’escalation che sembra divampare ovunque. Dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, dal Kuwait al Qatar e persino al Bharein, i missili iraniani seminano sconcerto e distruzione, mentre Israele prosegue la sua avanzata in Libano e gli Stati Uniti tuonano contro il regime iraniano. In Medio Oriente divampa un conflitto senza precedenti.
Sarebbero 1230, fino a questo momento, le vittime tra gli iraniani, contro le 397 del Libano e le 11 di Israele.
I messaggi contradditori di Trump
In un susseguirsi frenetico di notizie, di speranze e delusioni, il quadro di questo conflitto sembra delinearsi sempre di più, specie dopo l’elezione dell’intransigente Mojtaba Khamenei, quale guida suprema del regime iraniano.
Il giovane Khamenei, ancora meno incline del defunto padre Alì al compromesso, rappresenta agli occhi di Trump, ma anche di Israele, una categorica risposta da parte del regime iraniano all’ingerenza occidentale nel programma nucleare di Teheran.
E, se Israele appare pronto a uccidere anche questo membro della famiglia Khamenei, Trump si trincera dietro affermazioni e messaggi contradditori che, decisamente, non giovano all’economia statunitense. Ma anche a quella globale.
Nella giornata di ieri, infatti, il tycoon in un primo momento ha aperto i cuori alla speranza di una cessazione delle ostilità, dichiarando ai giornalisti:” “Abbiamo fatto una piccola escursione” in Medio Oriente “per liberarci di un po’ di male. E credo che vedrete che sarà un’escursione di breve durata” ( Associated Press)
Una dichiarazione che ha fatto crollare il prezzo del petrolio, con vantaggio dei mercati. Ma qualche ora dopo, sui social, ha scritto: “Se l’Iran fa qualcosa che blocca il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrà colpito dagli Stati Uniti d’America VENTI VOLTE PIÙ FORTE di quanto lo sia stato finora“. ( Associated Press)
Insomma un’altalena pericolosa sia per i mercati statunitensi che per questa guerra che si delinea sempre più come la guerra del petrolio.
Le reazioni iraniane
“L’Iran determinerà quando finirà la guerra“. Questa la risposta di un influente membro della Guardia Rivoluzionaria Paramilitare iraniana.
Una prova di muscoli, quindi, che lascia chiaramente intendere quali mosse l’Iran intenda giocare per tenere in scacco non solo Israele ed America, ma il mercato globale.
La chiusura e il controllo iraniani dello Stretto di Hormuz infatti ha prodotto conseguenze disastrose sull’economia mondiale e potrebbe rappresentare un’arma vincente per il regime iraniano.
Ed è proprio alla luce di queste premesse che si può leggere la telefonata fatta ieri da Trump a Putin, una telefonata che, secondo indiscrezioni trapelate, potrebbe rappresentare per Putin un sostanzioso calo del peso delle sanzioni americane sulla Russia, ma anche un nuovo mercato per gli Stati Uniti.
Trump, criticato negli Usa, per la sua eccessiva aderenza alle politiche israeliane, ancora una volta deve trarre un amaro bilancio dalle sue superficiali valutazioni nell’ambito della politica internazionale.
Indubbiamente il convincimento, radicato in lui, di poter intervenire anche in Iran con un’azione di forza, già esperita in Venezuela, sta producendo conseguenze disastrose e, a quanto trapela, si affacciano all’Orizzonte plumbee nubi nel suo rapporto con Netanyahu.
Una guerra incerta
Al di là delle motivazioni apparenti, volte a legittimare questa guerra, date sia da Israele che dagli Usa, essa si presenta molto incerta. Sia in merito alla durata che in merito all’esito.
Si è infatti sottovalutata l’intelligenza strategica dell’Iran che, malgrado non sia dotato della potenza militare dei suoi avversari, riesce ad impedire, con i suoi attacchi nello Stretto di Hormuz, che le petroliere possano utilizzare la rotta di navigazione di un quinto del petrolio mondiale.
Inoltre missili e droni iraniani, sin dall’inizio del conflitto, prendono di mira le infrastrutture petrolifere, nonché dei gas nei principali paesi produttori.
Un altro rischio susseguente alla sottovalutazione delle conseguenze di questa guerra è anche l’ingente numero di vittime che i continui attacchi israeliani e statunitensi stanno producendo in Libano ed in Iran. Qui, soprattutto, il bilancio delle vittime rischia di consolidare un regime che sembrava al collasso.
Il popolo iraniano è troppo geloso della propria identità storico culturale e l’eccidio perpetrato ai suoi danni dalle due potenze occidentali rischia di scavare un abisso tra Iran e Occidente.
Intanto la guerra continua ed anche l’Europa teme i risvolti di essa.
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