Dalla sperimentazione degli anni Settanta al pop colto, fino alla spiritualità senza confini: la mostra romana racconta un artista che non ha mai smesso di cercare
C’è qualcosa di profondamente coerente nell’incoerenza apparente di Franco Battiato. Ed è forse proprio questo che emerge con maggiore nitidezza attraversando le sale del MAXXI di Roma, dove la mostra “Un’altra vita” non si limita a raccontarlo: lo ricompone, come un mosaico fatto di suoni, immagini, intuizioni e contraddizioni solo apparenti. Non è una celebrazione museale nel senso tradizionale. È piuttosto un percorso iniziatico, quasi battiatiano nel metodo: niente linea retta, ma deviazioni, ritorni, stratificazioni.
Gli anni della rottura: quando tutto cominciò davvero
Il racconto parte dalla fine degli anni Sessanta, quando Battiato lascia la Sicilia per Milano inseguendo la musica e finisce per inseguire, invece, qualcosa di molto più sfuggente: un linguaggio nuovo. Gli inizi sono ancora dentro una certa forma di canzone, ma è negli anni Settanta che avviene la frattura vera. Album come Fetus e Pollution segnano un passaggio radicale: via la melodia rassicurante, dentro l’elettronica, i sintetizzatori, le influenze d’avanguardia europea e americana. Non è solo musica: è laboratorio sonoro, è provocazione culturale. Quelle composizioni, spesso spiazzanti, sembrano parlare più al futuro che al presente. Dentro ci sono echi di John Cage, tensioni minimaliste, frammenti di una ricerca che non vuole piacere ma capire. Il pubblico si divide, la critica pure. Ma lì nasce il vero Battiato.
Dall’avanguardia al pop: il miracolo italiano
Poi accade qualcosa che, ancora oggi, resta difficilmente spiegabile: Battiato porta quell’universo complesso dentro il pop. L’era del cinghiale bianco è la soglia, La voce del padrone è l’esplosione. E improvvisamente l’Italia canta Centro di gravità permanente, Bandiera bianca, Cuccurucucù. Canzoni che entrano nelle case, nelle radio, nei jukebox, ma che sotto la superficie mantengono una struttura colta, piena di riferimenti, citazioni, ironia. È il suo capolavoro più grande: riuscire a essere popolare senza diventare banale. Vendere milioni di dischi senza tradire la complessità. Un equilibrio rarissimo.
Oriente e spirito: la ricerca senza dogmi
Ma ridurre Battiato a quella stagione sarebbe un errore. Perché il filo più profondo della sua opera non è musicale, è spirituale. La mostra lo racconta bene: dagli anni Ottanta in poi la sua ricerca si orienta sempre più verso l’Oriente, verso il sufismo, verso il pensiero di Georges Ivanovič Gurdjieff ma anche verso altre galassie, vero i voli imprevedibili, i codici di geometria esistenziale citando addirittura i dervishes turners che girano e le cavigliere del Katakali. Non c’è adesione dogmatica, non c’è religione in senso stretto. C’è piuttosto un rispetto radicale per tutte le tradizioni, un tentativo di coglierne l’essenza. Emblematico, in questo senso, il concerto di Baghdad del 1992. Non un gesto politico, ma culturale: l’idea di entrare in Oriente senza colonizzarlo, senza “latinizzarlo”, ma ascoltandolo. È un atteggiamento che oggi chiameremmo quasi controcorrente. Per Battiato, la musica diventa così un veicolo di elevazione, una forma di preghiera laica, un ponte tra mondi.
l ritorno alle origini: la Sicilia come centro
E poi c’è il ritorno. Quello fisico e simbolico alla Sicilia, a Milo, alle pendici dell’Etna. Non una fuga, ma una scelta. Dopo il successo, dopo la consacrazione, Battiato si ritrae. Cerca il silenzio, la meditazione, la lentezza. La casa diventa laboratorio, biblioteca, luogo di pensiero. È lì che nasce una parte fondamentale della sua produzione più matura, quella che scava, che sottrae, che guarda dentro.
Il cinema, la pittura e i tentativi laterali
La mostra non nasconde nemmeno le traiettorie meno fortunate. Il Battiato regista – con film come Perduto amor o Musikanten – non ha avuto il successo della sua musica. Così come la sua produzione pittorica, pur intensa e coerente con il suo universo, non ha mai raggiunto un riconoscimento ampio. Eppure, anche questi percorsi laterali servono a capire la natura dell’artista: Battiato non era interessato al successo in sé, ma alla necessità di esprimersi. Se un linguaggio non bastava, ne cercava un altro.
Un’eredità che resta
Alla fine del percorso, resta una sensazione precisa: Battiato non è stato solo un cantautore. È stato un sistema di pensiero. Un artista che ha attraversato generi, epoche e linguaggi senza mai fermarsi davvero. Che ha insegnato a intere generazioni che si può essere profondi senza essere oscuri, popolari senza essere superficiali. In un Paese spesso incline a semplificare, Battiato ha complicato. E in quella complessità ha trovato, paradossalmente, la sua forma più limpida. La mostra del MAXXI non offre risposte definitive. Ma, come lui, invita a cercarle.
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