Un cessate il fuoco bilaterale di quattordici giorni tra Stati Uniti e Iran è entrato in vigore, fragile tregua che profuma di fumo spento ma lascia dietro di sé montagne di macerie.
Venerdì, a Islamabad, i negoziati diretti, tessuti e intessuti dal Pakistan, cercheranno di trasformare questa tregua in un accordo di pace duraturo: una firma che, se mancasse, potrebbe riaccendere le ostilità.
Quarantotto giorni di guerra, iniziata il 28 febbraio, hanno squarciato il Medio Oriente. Battaglie su più fronti, il fronte della Resistenza in Iraq, Libano e Yemen contro gli Stati Uniti e Israele, lo Stretto di Hormuz serrato come una gola in pugno per cinque settimane. L’economia regionale implosa, i mercati globali in preda al panico, si sono rincuorati soltanto all’annuncio della tregua. Borse in rialzo, petrolio in caduta, un sospiro di sollievo che però sa di tregua temporanea.
Washington parla a voce alta. Donald Trump ha incorniciato l’intesa come una sua “vittoria al 100%”, un trionfo militare compiuto. Il cessate il fuoco è arrivato a un soffio dalla linea rossa: novanta minuti prima della scadenza minacciata dal presidente, che aveva dato l’ultimatum per cancellare centrali e ponti iraniani. La condizione americana è netta e stringente: Teheran deve riaprire lo Stretto di Hormuz “completo, immediato e sicuro” alla navigazione internazionale. In cambio, gli Stati Uniti promettono di impegnarsi direttamente per risolvere la crisi parola e potenza mescolate.
Dall’altra sponda, Teheran proclama vittoria. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale definisce questa fase “la sconfitta del complotto USA-Israele in uno scontro storico”. L’Iran dice di aver piegato l’avversario e impone una lista di condizioni che suonano come un monito. Impegno americano a non attaccare e a ritirare le forze; mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto e il diritto all’arricchimento dell’uranio, revoca totale delle sanzioni e abrogazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, compensazioni per le perdite, cessate il fuoco esteso su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano. Un elenco che trasforma la tregua in rivendicazione e sfida.
Israele osserva e si smarca. Il Premier israeliano plaude, ma precisa: il cessate il fuoco non abbraccia il fronte libanese, la guerra contro Hezbollah continua finché le loro capacità missilistiche e i loro droni non saranno distrutti. I media israeliani raccontano di un coordinamento tra Netanyahu e Trump prima dell’intesa, con Tel Aviv che pretendeva l’arresto dell’arricchimento iraniano e limiti alle sue capacità balistiche. In patria, l’opposizione non perdona: Yair Lapid accusa il primo ministro di aver trascinato lo Stato in un disastro politico e in un fallimento strategico.
E la Resistenza in Iraq? Dopo l’intesa tra Teheran e Washington, i gruppi armati iracheni autodefinitisi “Resistenza islamica in Iraq” dichiarano una sospensione degli attacchi in Iraq e nella regione per due settimane. Un silenzio d’armi che può essere solo temporaneo, un respiro in attesa della prossima scossa.
Questa tregua è di cristallo, tiene ora, domani potrebbe frantumarsi. Sotto la superficie della diplomazia, permangono tensioni incandescenti. Punti di rottura su petrolio, potere regionale, armi e orgoglio nazionale. L’accordo di pace che verrà firmato a Islamabad sarà il vero crocevia: se reggerà, potrebbe placare le acque e ricostruire; se fallirà, il buio tornerà, più rapido e più violento.
Maurizio Compagnone
Analista Geopolitico
