Del 17 Novembre 2023 alle ore 09:34E non chiamatele canzonette. Al limite potete limitarvi a chiamarne solo una, quella che porta l’omonimo titolo, ma il resto è una parabola di temi, sogni, speranze, dubbi e certezze, incertezze che il cantautore partenopeo amante del rock e del blues porta avanti da oltre 50 anni.
Il Quartetto Flegreo composto da quattro straordinari violinisti, Simona Sorrentino e Fabiana Sirigu (primo e secondo violino), Luigi Tufano alla viola e Marco Pescosolido al violoncello, ha introdotto Bennato con note di Vivaldi, e l’artista è salito sul palco, affiancato dalla sua Be Band di talento composta da Arduino Lopez al basso, Raffaele Lopez alle tastiere, Roberto Perrone alla batteria, Gennaro Porcelli e Giuseppe Scarpato alle chitarre, indossando la sua maglietta blu con il numero 55, simbolo delle sue radici a Via Campi Flegrei nonché coi suoi immancabili occhiali scuri. La scelta di identificare la maglia con il luogo è stata dettata dal desiderio di distinguersi dalle tipiche maglie americane, e ha dato a Bennato l’opportunità di dedicare una canzone alle sue origini.
Da oltre cinquant’anni, Bennato propaga il messaggio che la musica unisce, e questo concerto è stato una celebrazione di tale connessione. “Dotti medici e sapienti” il brano d’apertura con inevitabile critica verso i personaggi nostrani che sanno tutto ma di fatto non sanno nulla.
Con la grinta di una vera rock star e l’esperienza maturata in tanti anni di palco, Bennato ha offerto un’esibizione agguerrita, reinterpretando anche i suoi classici in chiave più robusta. L’artista si è concesso alcune deviazioni chitarristiche, mescolando la sua musica con influenze di Santana, Deep Purple e dei Pink Floyd. La sua classe e maestria sono emerse in ogni nota.
Il concerto è stato un viaggio attraverso il vasto repertorio musicale di Bennato, incentrato sull’influenza eterna delle favole, in particolare quelle di Collodi il quale, secondo Bennato, aveva già fatto e detto tutto e nelle favole anche i personaggi cattivi come Mangiafuoco e il gatto e la volpe riescono a sembrare simpatici, come Lucignolo e Mastro Geppetto a cui, poi, ha dedicato due canzoni quasi come prosecuzione di “Burattino senza fili”.
L’artista ha mescolato canzoni del passato con composizioni più recenti, creando un medley che ha attraversato decenni di carriera.
Il repertorio del concerto ha abbracciato i successi del favoloso 1980, tra cui “L’isola che non c’è” e “Il rock di Capitan Uncino”, ma ha anche presentato brani meno noti tratti dai lavori più recenti. Bennato ha dimostrato la sua versatilità, celebrando il suo alter ego Joe Sarnataro attraverso uno spirito blues che permeava ogni esecuzione.
La magia immutata di “La fata”, una canzone che affrontava già nel 1977 tematiche di discriminazione e violenza sulle donne, ha preceduto il potente inno “Le ragazze fanno grandi sogni”. Bennato ha sapientemente alternato successi del passato e brani più recenti, dimostrando di averci visto lontano già dagli anni ’70 con l’attualità delle sue composizioni.
Il concerto è giunto al culmine con “Venderò” e “Un giorno credi”, accompagnando il pubblico verso i saluti dopo quasi tre ore di musica senza riserve. Bennato ha incoraggiato la ribellione in nome del rock’n’roll, continuando a incarnare questa filosofia con una passione che non conosce confini.
Il palco è stato condiviso con la BeBand, una formazione di talento che ha eseguito con maestria i brani di Bennato. Il concerto ha incluso omaggi qua e là a personaggi celebri che hanno dato lustro al Paese, in particolare ha mostrato foto di Mia Martini e Gino Tortora, riferendosi alla calunnia che, come nella sua canzone, è come “un venticello che da un momento all’altro può rovinarci la vita”.
Il Trio Bennato (lui, Eugenio e Giorgio), nato per caso quando la madre cercava un insegnante di lingue, è stato ricordato come parte integrante della storia del cantautore. Alla fine del concerto, il pubblico ha lasciato la sala con il desiderio di riascoltare i dischi di questo “rinnegato” e con l’amarezza di non aver vissuto in piedi l’energia travolgente del rock di questo Bob Dyaln nostrano rockettaro, un “Rinnegato” di 77 anni che continua a ribellarsi in nome della musica. E pazienza se la mitica “Eko 12 corde” l’abbia rimpiazzata con una “sei corde” qualsiasi, ma il reggi armonica, l’armonica (ne aveva diverse) e kazoo, anch’esso mutato nel tempo divenuto più corto, son rimasti sempre sul collo. Almeno quelli.
Massimo LongoL’articolo Il “Rinnegato” Edoardo Bennato infiamma il Petruzzelli in un’epica odissea rock & blues è già apparso su Il Corriere Nazionale.

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