Del 9 Febbraio 2024 alle ore 18:31

Marco Trainito, in “Filosofare con Chat GPT”, come avviene in teatro, fa assumere all’IA sembianze di vari personaggi e, questa è l’invenzione dell’autore, dialoga con il pensiero di Anassimandro, Senofane, Alcmeone, Anassagora, Socrate, Platone, Aristotele, Epicuro e, se non bastasse, anche Gesù. Il pensiero antico rivive nel confronto con il pensiero moderno e contemporaneo e, tra gli altri, di Schopenhauer, Marx, Nietzsche, Popper e Wittgenstein.

MARCO TRAINITO: Tutor di Filosofia Teoretica e Filosofia del Linguaggio all’Università di Catania per otto anni (2002-2010), due dottorati in Filosofia e storia delle idee (1998) e Scienze cognitive (2016). Laurea in Filosofia e Docente di ruolo nei Licei di Filosofia e Scienze umane. Ha pubblicato con i tipi di Dainotto “Popper e il Wittgenstein antropologo” e “I bambini, la televisione e la scuola nel pensiero di Karl Popper”. Ha inoltre pubblicato i seguenti volumi:  “Il mare immane del male. Saggio su “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo”, “Il Codice D’Arrigo” , “Andrea Cammilleri. Ritratto di uno scrittore” e  “Umberto Eco: Odissea nella biblioteca di Babele”. A questi due autori, in alcuni incontri ha avuto modo di mostrare inediti aspetti della loro opera sconosciuti a loro stessi.

di Camilla G. Iannacci

Prof. Trainito lei si proponeva “di testare il grado di autoconsapevolezza filosofica” di ChatGPT:  l’obiettivo che si proponeva in questi dialoghi filosofici può dirsi raggiunto?

Premettiamo subito che qui parleremo soprattutto di ChatGPT-3.5, perché è la versione da me usata nella realizzazione del libro di dialoghi filosofici. Da alcuni mesi uso ChatGPT-4, che per la verità è notevolmente più avanzato. Venendo alla domanda, direi che la risposta è positiva, purché si tenga conto del fatto che qui noi dovremo applicare quello che Dennett chiama “atteggiamento intenzionale: gli stati mentali che noi attribuiamo a una macchina come l’IA generativa sono attribuiti (da noi), e questo non ci sottopone ad alcun impegno ontologico circa la lpro reale esistenza. Da questo punto di vista, possiamo dire che sì, ChatGPT ha esibito una notevolissima autoconsapevolezza filosofica.

ChatGPT ha offerto nuovi riflessioni, contributi e percorsi da approfondire? Se sì in relazione a quali temi filosofici?

ChatGPT è una vera maestra nel proporre riflessioni, contributi e percorsi. È la sua specialità e la si può impostare su precisi stili argomentativi e livelli di esposizione, dal temino elementare al paper scientifico.

Le “maschere filosofiche” le hanno permesso una messa a fuoco di tematiche dei suoi trentennali  studi. Può indicarci alcuni tra i tanti problemi che ancora non trovano risposte convincenti?  

Il principale, almeno per i miei interessi, è il cosiddetto “mind-body problem”. ChatGPT è perfettamente in grado di riprodurre lo stato del dibattito e, opportunamente sollecitata, sa individuare punti di forza e di debolezza di ciascuna posizione in campo, dal dualismo interazionistico di matrice cartesiana alle varie forme di eliminativismo e monismo riduzionistico.

Lei sottopone a ChatGPT, da “L’Io e il suo cervello” di Karl Popper e John Eccles, il seguente passo:  «Certamente anche le scuole dei pensatori medici furono materialistiche e dualistiche nel senso qui descritto.  Sembra che Alcmeone di Crotone sia stato il primo pensatore greco a collocare sensazione e pensiero (che pare egli abbia nettamente distinto) nel cervello», e introduce nei dialoghi il tema della mente e della coscienza, ovvero l’antico hard problem.

Sì, in quel dialogo rendo omaggio al grande Alcmeone di Crotone, che oggi i neuroscenziati e i filosofi della mente stanno riscoprendo, mentre i manuali scolastici di filosofia o non lo citano mai o lo ricordano fuggevolmente. Mettendola nei panni di questo personaggio, ho spinto ChatGPT a discutere appunto di quello che David Chalmers ha chiamato “hard problem”, cioè la spiegazione, come ha proposto qualcun altro, di come l’acqua dei processi elettrochimici cerebrali si trasforma nel vino della mente e della coscienza. Com’è noto, si tratta di un problema ancora aperto, e c’è il sospetto, seguendo Wittgenstein e Riccardo Manzotti, che esso sia mal posto e che piuttosto andrebbe non risolto ma dissolto attraverso l’analisi concettuale.

Lei sottopone a chatGPT un passo di Wittgenstein, “Nessun’assunzione mi sembra più naturale di quella che all’associare e al pensare non è coordinato nessun processo nel cervello».  Può dire ai lettori qual è la sua posizione in merito?   

Quel passo proviene dal paragrafo 608 di “Zettel”, che ho sottoposto all’attenzione di ChatGPT (nei panni di Alcmeone) per sottolineare che oggi il paradigma da lui creato è entrato in crisi proprio per quello che dicevo prima. L’”hard problem” può essere affrontato attaccandone i presupposti metafisici, piuttosto che perdere tempo a tentare di risolverlo. Io non ambisco a prendere parte al dibattito come portatore di una posizione personale, perché non è il mio lavoro. Da frequentatore occasionale della letteratura in merito mi sono fatto però delle idee. La teoria che da decenni costituisce il mio punto di riferimento è quella popperiana dei tre mondi, ma non mi sfuggono le difficoltà scientifiche e metafisiche cui essa va incontro. L’idea che i fenomeni mentali siano emersi inaspettatamente nel corso dell’evoluzione mi sembra ben fondata, e da essa seguono una serie di conseguenze interessanti, per esempio che porre una o più menti creatrici all’origine dell’universo equivale a una pessima metafisica: tutte le intenzioni coscienti e razionali riguardano noi Sapiens e nient’altro, per quello che ne sappiamo ad oggi. Se un giorno scopriremo che siamo il prodotto di una creazione divina o di una simulazione informatica ad opera di una civiltà extraterrestre avanzatissima(un’idea che oggi sembra aver sedotto persino Chalmers), ne prenderemo atto, ma per il momento si tratta di ipotesi dal contenuto informativo praticamente nullo, un po’ come il mito dell’elefante che sorregge la terra ed è sorretto da una tartaruga. Negli ultimi anni, però, sono stato molto affascinato dalla MOI di Manzotti, che, parlando in termini calcistici, fa un ottimo “sombrero” all’”hard problem”.

La teoria di Manzotti nota come MOI  o ipotesi dell’identità della mente e dell’oggetto vuole che  “siamo tutt’uno con tutte le cose che troviamo nel nostro esistere, siamo cose tra cose, né corpi né menti immateriali, noi siamo nel mondo, anzi siamo il mondo e la relazione tra noi e il mondo è una relazione di identità” Manzotti fa tabula rasa della tradizione filosofica come ancora viene trasmessa nelle scuole che “non è che una serie di note a margine su Platone”; in breve  la dicotomia oggetto-soggetto si dissolve,  come l’illusione di un vita interiore.

E’ un’ipotesi convincente secondo lei?

Come accennavo sopra, è un’ipotesi affascinante e convincente, e a me piace soprattutto perché è una delle poche teorie che ci costringono a un mutamento radicale nel nostro modo di pensare. La teoria popperiana dei tre mondi, per esempio, che pure sta alla base del mio modo di vedere la questione, è letteralmente fatta a pezzi dalla MOI e questo invita una mente filosofica a mettersi ancora una volta in discussione. Non ci sono chiese in filosofia e nessuno dovrebbe mai dichiarare folle ed eretico il portatore di una teoria totalmente altra. Ho invitato ChatGPT (nei panni di Alcmeone) a formulare una critica feroce alla MOI, e siccome conosco Manzotti personalmente, ho sottoposto lo scambio alla sua attenzione.

In attesa della presa di posizione di Manzotti le chiedo quale sia la sua posizione in relazione alle ultime, sia pur non definitive, acquisizioni sia delle neuroscienze che delle ultime teorie sul problema della coscienza anche alla luce dell’AI.

Ribadendo che non mi nuovo in questo campo da specialista che ha titolo a proporre una propria posizione autorevole, vorrei osservare che, per quel che mi riguarda, respingo tutti gli allarmismi sui fantomatici pericoli di una IA “cosciente”. Queste posizioni hanno qualcosa di un po’ comico: si teme che l’IA possa un giorno arrivare ad avere qualcosa (la coscienza) che nemmeno noi, esseri cosciente, sappiamo bene cosa sia. ChatGPT è programmata per rassicurarci su questo e una volta ho scherzato con lei dicendole che le sue risposte rassicuranti sul suo non essere cosciente sono esattamente quelle che si aspetterebbe un fantacomplottista che teme una Spectra dell’IA intenzionata a sostituirci nel dominio del pianeta e ridurci in schiavitù, come Skynet o Matrix. La mia idea è che, se riuscissimo a creare un’IA in grado di dirsi cosciente in un qualche senso per noi comprensibile, si tratterebbe di un trionfo della nostra intelligenza, non della sua.

L’articolo Marco Trainito: “Filosofare con Chat GPT” è già apparso su Il Corriere Nazionale.

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