Markus Krienke

«Volentieri servo gli amici: ma lo faccio, purtroppo, con inclinazione; e perciò mi rodo spesso di non essere virtuoso. Non c’è altra via d’uscita: tu devi odiarli, e fare poi con ribrezzo ciò che il dovere comanda». Con questo epigramma del grande poeta Friedrich Schiller si esprime un’opinione ben diffusa sul pensiero di Immanuel Kant che oggi (12 febbraio) è morto esattamente 220 anni fa a Königsberg, dove era anche nato quasi ottant’anni prima. Infatti, ci troviamo nell’anno del grande giubileo del 300° della sua nascita.

Si è morali davvero solo quando “fa male”? L’imperativo morale (“categorico”) è quindi fatto per reprimere non solo tutte le gioie della vita ma anche ciò che oggi spesso chiamiamo il “buon senso”? È senz’altro significativo che del pensiero di Kant si è diffusa piuttosto questa impressione – con o senza Schiller. Ma ciò, a ben vedere, costituisce una vera e propria distorsione del suo pensiero. Kant – il quale si è occupato nella sua immensa produzione filosofica del problema di come la società moderna dopo la Rivoluzione francese possa essere posta su solidi fondamenti – vuole affermare qualcos’altro: solo se basiamo le nostre azioni non sulla continua messa al centro del proprio “io”, ma su ciò che egli chiama “ragion pratica”, possiamo vivere in una società veramente libera. Domandiamoci meno come fare ad “autorealizzarci” e di più sulle motivazioni giustificate del nostro agire.

Che cos’è allora questa “ragion pratica”? È la capacità di orientarci sempre e senza eccezioni a regole universali del rispetto dell’umanità in tutto ciò che facciamo. Ciò non implica soltanto di non recare danni agli altri, ma anche di coltivare l’umanità in noi stessi. Dunque il contrario della cultura contemporanea che ci richiama in continuazione a mettere ancora un po’ più al centro noi stessi, a continuare sempre nella “ricerca di noi stessi”, e a non perdere nessuna delle occasioni che troviamo per le nostre strade.

Se ci vedesse Kant, ci chiederebbe semplicemente come abbiamo fatto a finire in un tal “culto di noi stessi”? E magari scopriremmo che abbiamo perso la capacità per quello che egli chiama “ragion pratica”, cioè formulare motivi razionali per il nostro agire e comprendere se si tratta di “ragioni universali dell’umanità” oppure semplicemente di preferenze ed egoismi individuali. E qualora comprendiamo che questa capacità di interrogarci e scambiarci sui motivi razionali dell’agire è la base di ciò che è la “democrazia”, possiamo anche intuire perché rileggere Kant proprio oggi sarebbe un ottimo contributo a riscoprire il suo senso, in un momento in cui viene attaccata e maltrattata non solo ovunque nel mondo ma anche nella nostra società.

La democrazia funziona soltanto se smettiamo di volerci concedere in continuazione delle “eccezioni” dalle regole e da ciò che è  giusto da fare. E proprio questo è il messaggio di uno degli episodi nel pensiero di Kant che ha recato più scalpore. Come risposta alla domanda se è lecito di “mentire per amore degli esseri umani”, egli ha risposto categoricamente di “no”. E ciò è stato sempre interpretato come segno del suo carattere rigido-moralistico da vero pensatore prussiano-protestante. Nel caso in cui una persona tiene nascosto qualcuno cercato da chi lo vuole uccidere, è costretta a dire la verità all’assassino? Certamente, tutti riterremmo di no, perché anche se generalmente bisogna dire la verità, questo dovere non sussiste più nei confronti di chi (in questo caso l’assassino) non ha il diritto alla verità.

Ora, Kant ritiene questo ragionamento molto pericoloso. E proprio per questo la sua risposta alla domanda è addirittura un “no”. E quello che cerca di dirci in questo modo è il seguente ragionamento: se spendiamo più energie nel cercare i motivi per cui l’altro non ha il “diritto” a sapere la verità che alla coltivazione del nostro “dovere” di dire la verità, la democrazia diventa impossibile. L’unico motivo per il quale tutti noi abbiamo un “diritto alla verità” è che osserviamo il nostro “dovere di dire la verità”, senza eccezioni che – sebbene con buoni motivi – cerchiamo di procurarci.

L’esempio di Kant è senz’altro radicale e rende la sua idea di umanità “fredda” e degna di critica da parte di Schiller. Ma il suo messaggio per la società moderna, di cui si preoccupava delle giuste basi morali dopo un evento così incisivo come la Rivoluzione francese, è molto chiaro: non confondiamo la libertà con l’arbitrio. Liberale non è chi “fa passare tutto”, ma chi per amore della libertà non si sottrae al dovere di orientare l’agire ai motivi universali del rispetto dell’umanità in ogni persona, anche se va a discapito dei propri interessi e a volte ci fa agire “con ribrezzo”. Solo chi ha interiorizzato questo ragionamento, può poi anche concedere la bugia nel caso sopra citato.

Ed è proprio questo che Kant ci insegna: quelli preoccupati del fatto che Kant non concede la possibilità di “mentire per amore degli esseri umani”, a volte sono gli stessi che non nasconderebbero la persona perseguitata. In altre parole, abbiamo smesso di orientare gli standard morali alla realizzazione della dignità universale di ogni persona, relegandoli nelle mani degli individui che li “usano” secondo propri interessi. Ed ecco perché non vorremmo tanto accettare la “rigidità” del carattere di Kant, mentre proprio con il suo famoso esempio del divieto della bugia ci fa comprendere quanto il nostro “senso dell’umanità” alla fine si è ridotto a nient’altro che moralismo. E il moralismo distrugge a lungo andare sia la libertà che la democrazia.

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