Racconto 5 p

di Yari Lepre Marrani

Presi subito un altro fiammifero, lo sfregai, lo accesi e presi quel biglietto e vi avvicinai la capocchia del fiammifero per ben vedere cosa c’era scritto, se qualcosa c’era scritto. “Questa è l’acqua e il tuo tozzo di pane. E’ il tuo ultimo pasto. Se però riesci a trovare entro il prossimo scoccare delle ore 10 la chiave delle tue catene che poi è la stessa della cella, sei libero” ecco il messaggio che lessi. “E’ il mio ultimo pasto?!!! Io non ho fatto niente!! Chi siete?! Maledetti!!” gridai subitaneamente a quelle quattro pareti fisse, mute ora che il mio sospetto si era confermato in realtà. La più tragica, terribile delle realtà.

Ma il mio grido di angoscia e aiuto si era risolto nel cupo eco che sentii diffondersi per quel sotterraneo. Ora la mia disperazione toccava l’apice, ero in cella ad aspettare il mio supplizio, si era così! E quelle catene infernali che mi legavano le braccia al letto, erano i ferri che i miei carnefici avevano usato per imprigionarmi e ad ogni mio movimento le sentivo sferragliare nel loro stridore metallico. Mi portai le mani al volto, iniziai a piangere. Fu un curioso avvicendarsi, improvviso e sconvolgente, di sentimenti e azioni diverse e contrastanti, quello che seguì. Perché se mi sedetti sul mio letto, piangendo lacrime continue che scendevano come ad un vitello che stanno per sgozzare, continuavo a non capire e, preda della più intensa e divorante sete, presi quella brocca d’acqua e ne trangugiai tutto il contenuto sino all’ultima sua goccia, bagnandomi guance e  collo con i suoi resti che non ero riuscito a inserirmi dentro. E la disperazione, l’afflizione, la cappa della più funebre angoscia mi stavano  demolendo quando, tra le lacrime, pensai “Un attimo. Cosa c’è scritto nel  messaggio?! Che qui dentro c’è una chiave ed ho 10 minuti per trovarla. E sarò libero. Ce la farò!” e gridai “Avete capito bastardi assassini: “Ce la farò!!!”. Un guizzo di speranza in un oceano di desolazione, ecco il lume che mi si era acceso  all’improvviso.

Non sapevo perché ero in quel luogo medioevale in compagnia dei  ratti ma mi si dava una speranza di scappare. Entro le ore 10. Accesi un altro  fiammifero e guardai: 9.52. Le lancette giravano battendo inesorabilmente il mio  conto alla rovescia per salvarmi, battevano gli 8 minuti del mio destino, fatale o salvifico. Avvertivo ancora dolori alla schiena e meno alle gambe. Come un ossesso mi girai nuovamente verso il mio letto sentendo lo squittio disgustoso dei ratti che brulicavano nel loro sudiciume. Ed iniziai a cercare! Dovevo salvarmi!! Accompagnato dallo sferragliare crudele delle catene cominciai tastando il materasso, in ogni parte, pensando che forse quel sacco bianco potesse nascondere la mia chiave. Lo toccai dappertutto, non sentii nulla. Furiosamente lo rigirai per quanto il dolore alla spalla me lo permettesse, accesi un altro fiammifero e osservai la rete che reggeva quel paglione, in ferro, toccai dappertutto, sollevai quella rete e cercai, disperatamente, sotto il letto. Sotto di esso tastai tutto il terreno, umido, ruvido, le mie dita palparono l’erbetta fredda dei muschi che fuoriusciva dalle asperità di quel pavimento. Ero così disperato che la disperazione divenne il motore del mio attivismo. Le lancette scorrevano inesorabili, i minuti passavano e non sapevo quanti ancora ce ne fossero prima che scoccassero le 10 perché la scurità non mi permetteva di girarmi a guardare l’ora senza avvicinarmi con la luce dei miei fiammiferi. Ritoccai il materasso con cieco furore senza un vero motivo, era troppo semplice.

La mia vita era in mano a pochi minuti e la mostruosa tensione mi permise di non perdere la ragione nel loro progressivo incedere verso l’ora fatidica. Allora mi buttai a terra, tastai tutto il pavimento lercio battuto dai sorci come il più disgraziato dei derelitti, cercavo una fessura, una crepa, un buco dove magari la chiave fosse stata nascosta; buttai all’aria la rete e il materasso mentre, stando a terra, quei sorci neri mi passavano vicino alla faccia con i loro foschi squittii e le loro pelli morbide strusciavano orrendamente le mie guance e le loro bocche cercavano carne. Mi spostavo come una trottola impazzita da un punto all’altro, cercai la chiave magica per terra, su tutto il pietroso pavimento sino a farmi morsicare ripetutamente le mani da quelle ripugnanti bestiole che le mie mani avrebbero voluto mangiarsele. La disperazione aumentava sempre più ma con essa anche la mia volontà di sopravvivere, di…vivere! Continuare a vivere!!

segue..

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