Del 2 Aprile 2024 alle ore 07:55

Racconto 9 p.

di Yari Lepre Marrani

Mi girai indietro, verso i due giganti con le accette in mano e li vidi fissi come il marmo a guardarmi con i loro occhi scuri celati dai cappucci del boia. I due frati erano accanto a me, recitando anzi bisbigliando le loro preghiere e così arrivammo all’inizio dell’alta scalinata che portava fuori dalla prigione. La guardai che saliva verso la porta ferrata che prima avevo sentito aprirsi con il suo stridore metallico.

I gradini non avevano fine, salirli e accedere all’inferno che mi si preparava fuori mi frenò per pochi secondi le gambe, il  sentimento della rassegnazione che già mi aveva conquiso mi obbligò a procedere verso la fine. Mi sentii il Cristo che deve salire con la croce sulle spalle sino al Golgota e nelle mie condizioni salire quelle infinite scale non era cosa poi tanto differente. Ero lento nell’incedere così entrambi i frati mi presero delicatamente per le braccia ad invitarmi ad accelerare il passo, sempre nella loro maniera evangelica. “Signore, monda quest’uomo dalle sue colpe prima che t’incontri nel tuo splendore salvifico” disse un frate mentre partivamo per la lunga gradinata. “Ma…io non ho fatto niente, niente! Sono innocente, muoio innocente, lo capite?!” “Ricorda quanto disse Mosè  “Ciascuno pagherà pel proprio delitto” .

Pentiti figliolo, monda la tua anima e continua a pregare nell’infinita misericordia di Nostro Signore” disse il frate con il suo crocifisso tra le mani mentre salivamo, scala dopo scala, io con la fatica del corpo e la costernazione, loro più agilmente. Quei due frati erano l’anticamera della morte nera, della putrefazione, della decomposizione e io morivo innocente con quei due cadaveri viventi che m’assistevano nel mio lutto. Continuai a ripetere “Qui c’è un tragico sbaglio, io non ho fatto niente e non so nemmeno perché sono qui.

Perché devo morire, perché?!!” “Raccogli le tue restanti forze per il tuo prossimo incontro con l’Altissimo e mondati dal tuo delitto, figliolo. Prega, prega” disse il frate a destra con un’inaspettata aggressività che non gli sospettavo. Al quindicesimo scalino il frate alla mia sinistra ripetè per due volte “E’ ora, fratello, è ora. Non smettiamo di pregare, non smettere di pregare”.E continuammo a salire, gradino dopo gradino, verso il mio Golgota. Il mio corpo mi pesava, l’oscurità aveva momentaneamente annebbiato la mia vista, piangevo, gemevo, disperavo ed arrivai ad appoggiarmi alle braccia di quei frati. “Non voglio morire, capite?! Lo capite?! Muoio a torto, non ho fatto niente, niente, niente!” “Calmati figliolo, non lasciare all’orgoglio e alla paura la vittoria sul tuo pentimento.

Signore, lascia che questo figlio che stà per raggiungerti mandi a te un’oblazione sincera in pena del suo delitto!” gridò uno di quei due mentre sempre più  smarrivo la ragione e diventavo uno strumento nelle mani di ciò che orrendamente mi circondava. Si, era l’inferno che mi aveva catturato nelle sue chele ma…perché proprio a me? Ero colpevole e non lo sapevo. Ma io non ero colpevole e se ero stato condannato a morte dovevo aver ucciso qualcuno…ma chi? No, io ero innocente! E non ricordavo nessun processo, nessuna condanna, solo il mio risveglio sul pagliericcio di quella cella sporca di sorci e teschi scarnificati. Continuammo a salire gradino dopo gradino, mentre quei due pregavano anche in latino; ecco che dalla porta metallica che sovrastava la grande scalinata udii un grande vociare, urla, schiamazzi, un fragore isterico che mi gelò il sangue nelle vene. Erano voci umane che gridavano, fuori dalla prigione.

Era il fragore o il tumulto di una folla. Ecco gli ultimi gradini pensai dopo averli percorsi tutti, ecco la fine. Quei due frati scheletrici non si udivano, le loro parole erano vento, il loro incedere silenzioso, i loro passi felpati, le loro preghiere un mantra della mia agonia. Più volte nel corso della salita mi appoggiai ad un di loro e ne sentii il corpo scheletrico fatto di ossa cui erano rimasti pochi lembi di pelle. Mi portavano al patibolo e se quella scalinata fosse durata all’infinito, gradino dopo gradino, sarebbe stato meglio così perivo di fatica e dolore e sfinimento senza la sofferenza di dover patire il supplizio. Rallentai quasi per non raggiungere l’ultimo gradino ma quei due scheletri animati mi spronarono a salire senza mai fermarmi, con la loro soave determinazione.

E raggiunsi l’ultimo scalino e fui di fronte alla porta ferrata che prima avevo sentito spalancarsi assieme all’espandersi di quella scia di luce sulla gradinata. La mia rassegnazione aveva toccato l’acme ma sentivo nelle ossa che il peggio prima della morte doveva ancora arrivare.

Segue…

L’articolo E ora, preghiamo fratello è già apparso su Corriere di Puglia e Lucania.

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