Racconto 10 p.

Il frate ossuto, con energia, aprì quella grande porta cigolante e, tenendomi a braccetto, entrambi mi portarono fuori. Rividi così l’esterno, non la luce del sole ma un cielo livido prossimo, prima o poi, a dilaniarsi in un temporale. E sulla destra, dietro a degli steccati in legno appositamente costruiti a circa 100 metri da dov’ero io in quel momento, una folla feroce e inferocita che non aspettava altro che io uscissi fuori, di vedermi. “Maledetto! Maledetto assassino!!!” “Maiale, adesso creperai!!” “Fottuta carogna, sporco bastardo!” “Devi crepare, bastardo!!” “Ora ti spaccheranno le ossa!!Ridi, ridi canaglia che stai per frantumarti!!” “E’ arrivata l’ora eh?! Disgraziato!! Devi crepare!!” “Delinquente! Assassino! Delinquente! E’ arrivato il momento di pagare!” gridarono bestialmente le sparse voci di quella gente che,  dietro gli steccati, faceva una lunga fila che si estendeva alla mia destra e davanti a me come due serpenti velenosi e ferini.

Era una folla di centinaia di persone chiuse in un loro recinto, folla che mi odiava a morte, questo lo capii appena, messi i piedi fuori dalla prigione, la mia persona si palesò al suo sguardo. “Assassino!! E’ arrivata la tua ora, adesso crepi bastardo!”: era l’ennesimo “bastardo” che udii. E non sapevo perché fossi lì e quale fosse la mia colpa e…perché dovevo morire. Ma sulla soglia della prigione, mentre i due frati si organizzavano per condurmi avanti, mi lasciai trascinare ancora e ancora da quell’oscura e magica parola, rassegnazione; persi tutti i miei pensieri e lasciai che quel fato inconosciuto, aberrante e oscuro che mi aveva fregato tra i suoi tentacoli facesse il suo corso. Così divenni l’oggetto del boia e smisi di essere un uomo della terra. Il frate alla mia destra, mentre quelle bestie mi gridavano addosso, efferate ed esaltate, mi ripetè “E’ ora, dobbiamo pregare fratello” e l’altro mi prese per un braccio e tutti ci scostammo dalla soglia della prigione, “Andiamo, vieni, il Signore è con te. Preghiamo!” . Fatti pochi passi quella folla inferocita iniziò a gettarmi contro tutto quanto poteva gettare, sassi, uova, sterco, fango, pezzi di legno come in una bizzarra lapidazione.

E, fatti atri passi, vidi un carro di legno con le sue ampie ruote dai lunghi raggi e una sedia sopra alla base di una transenna in ferro e, davanti al carro, due vacche grasse e maculate che dovevano trainarlo. Non persi i sensi, non impazzii come si potrebbe pensare, mi limitai ad accettare supinamente il mio destino che si mostrava tanto delittuoso. Una volta accettatolo, tutto era più facile, anche essere scuoiato vivo come San Bartolomeo, magari agganciato ad un tronco d’albero, come lui. Ed accanto al carro trainato dai buoi, due uomini a cavallo con stivali marroni, spade nel fodero, due curiosi cappelli a punta, guanti neri, sguardi fissi verso l’orizzonte e un’aria da funzionari della morte. E, su tutti, un altro energumeno incappucciato da boia che, agitando le sue grandi mani e le sue forzute braccia, intimava duramente alla folla di placarsi. Ma quest’ultima pensava a tutto tranne che a farlo.

Ero l’oggetto del loro smisurato odio che, uscendo dal quel sotterraneo, si era concretizzato ai loro sguardi. Ecco cos’era quel fragore di voci dannate che sentii quando raggiunsi gli ultimi scalini della prigione. E mentre quei pazzi diavoli gridavano e mi gettavano terra e sterco, il boia forzuto mi prese per il saio, non brutalmente ma con un’insolita gentilezza come se dovesse accompagnarmi, docile, ad un ricevimento di gala e mentre il frate, alla mia sinistra, si portava verso la staccionata provando a calmare quel fiume di gente imbizzarrita, l’altro si portò alla destra di quel carro che doveva condurmi al capestro. “Lasciaci fare, vogliamo gridare la morte a quel’ criminale! Hai capito tu?! La forca per te, l’inferno per te!!” udii da una voce maschile tra la folla mentre l’originale lapidazione continuava anche con verdure, pomodori, terra, limoni, arance.

Il boia cercò di ripararmi dalla furia e, con quella stravagante aria di gentilezza, mi condusse verso il carro al fianco destro del quale il frate scheletrico era raccolto in silenziosa preghiera, meditando in stridente contrasto con il folle tumulto di odio che lo circondava. E il boia m’invitò a salire sul carro ed io lo feci come l’agnello sacrificale innanzi ai lupi, senza più resistere, trasportato dalla folla violenta, dai frati, dal destino, da tutto. Si, era l’Inferno. Adesso lo capivo. Se però questo era l’inferno non sapevo cosa aspettarmi dopo. Salito sul carro, il boia dal volto coperto abbandonò la sua falsa dolcezza e, brutalmente, mi fece sedere su quella sedia legnosa, appoggiato alla transenna. La folla gridava poi si placava, come una fisarmonica, sbraitava e calmava mentre il terzo bestione, raggiunto il carro e il boia, mi legava alla sedia ed alla transenna facendomi scorrere sulle gambe, sul petto e sul collo tre lacci scuri per assicurarmi bene agli strumenti.

Rassegnazione: quale magica parola per un condannato al patibolo! Con essa tutto ti diventa sopportabile quando pieghi la testa al tuo destino, quando ti arrendi, quando ti rassegni. Uno strumento mentale molto adatto a chi lotta contro l’impossibile, contro i mulini a vento, contro l’appropinquarsi di un’esecuzione. E legato gambe, corpo e testa alla transenna e le mani incatenate ai braccioli, qualcuno deve aver fatto cenno di partire perché le due bestie maculate iniziarono a pigramente marciare, il carro si mosse in avanti, tutto partì.  Il lugubre corteo aveva iniziato la sua marcia alla rovescia.

Segue..

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