“I fiori del male” di Charles Baudelaire, è la più grande raccolta poetica di quello che a detta mia, ma anche di chi se ne intende, è il più grande poeta dell’epoca moderna.

La raccolta è suddivisa in cinque sezioni (Spleen e ideale, Quadri parigini, Il vino, La rivolta, La morte), nelle quali il carattere si vede mutare secondo un ordine che potremmo definire biografico.

Il poeta nella prima sezione lascia intendere che il percorso di maturazione lo ha portato a rendersi conto di essere diverso, fuori contesto, anacronistico. A testimoniare questa consapevolezza vi sono poesie celeberrime come “L’albatro”, in cui il volatile chiamato in causa-rappresentante dei poeti-per quanto venga deriso e umiliato, rimane fiero della sua essenza superiore. 2

Segue la visione del degrado della metropoli, che ricca di personaggi apparentemente di poco rilievo, viene lasciata a morire nel suo fango. Proprio a questi personaggi, entità o figure, Baudelaire decide di dare valore, spostando l’attenzione su ciò che veniva allora definito “grottesco” o “ridicolo” dall’alta borghesia.

Una volta compresa la realtà dei quadri di Parigi, tenta di rifugiarsi nei paradisi artificiali tramite il vino, a cui viene dedicata la terza sezione, per poi sfogare nella quarta (Rivolta), la sua rabbia nei confronti di un dio che permette tutto questo, culminando in una preghiera a Satana. Anche questa preghiera è indice di una sensibilità che spinge a guardare oltre ciò che ci è detto di vedere.

Non potendo scappare da un mondo opprimente, l’ultima sezione rende l’idea dell’unica via di fuga, la morte, di cui prende coscienza, e arriva addirittura a desiderare, a seguito mi limiterò a citare alcuni versi senza alcun commento che risulterebbe superfluo:

“Su, andiamo, Morte, vecchio capitano!

Salpiamo, è tempo, via da questa noia!

Son neri come inchiostro terra e mare,

Ma i nostri cuori, vedi son colmi di luce.”

Baudelaire nel corso di tutta l’opera mette in mostra quanto di marcio ci fosse nella società che lo circondava. Magistralmente pone in risalto dai soggetti che passano inosservati a quelli che hanno tutti gli occhi addosso perché kafkiani, con uno stile sublime che oltre a creare un’ottima dissonanza tra comico e malinconico, cristallizza il bello del brutto, la poesia del degrado.

Il titolo stesso infatti, posto come ossimoro, allude proprio a questo. Se i fiori rappresentano la bellezza, con “male” vengono intesi i concetti di marcio e di volgarità.

Volendo forse forzare un paragone, mi viene in mente un poeta (o cantautore) molto più recente, Fabrizio De André. Il quale seguendo le orme del poeta decadente volle tirar fuori il bello e il sublime dal degrado della sua società, dominata anch’essa dall’alta borghesia, che perfettamente conforme al mito di Icaro voleva elevarsi talmente tanto da piombare a picco nel fango. A tal proposito il parallelo con “I fiori del male” si fa evidente nei versi “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” dalla canzone “Via del campo”.

Se si può prendere un insegnamento da tutto ciò, credo sia quello di guardare oltre. Oltre quello che il buon costume ci impone, oltre le apparenze. Perché dietro un uomo ubriaco sdraiato per strada ci può essere una storia inaspettata, come ci testimonia “Il vino dell’assassino”. Dietro una donna che cammina, si può celare “La mendicante rossa”, e si potrebbe continuare all’infinito. Senza dimenticare che, ciò che per secoli è passato inosservato, ha comunque percorso la sua storia, che al pari di tutte le altre aspetta e merita di essere raccontata.

La condanna, ma al tempo stesso, la benedizione della poesia è la libera interpretazione. Con questa affermazione non voglio far trapelare arroganza (oppure offendere qualche “professorino” che si erge a filologo e interprete), ma piuttosto spingere chi non è d’accordo su quanto detto nelle righe precedenti a formulare un proprio pensiero, un’occasione di dibattito. Poiché senza due idee contrastanti, non vi può essere progressione.

 

Riccardo Nobile

 

 

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