Racconto di Yari Lepre Marrani

V

Cercò un posto adatto ma capì che in U7 c’era troppa gente e non avrebbe potuto muoversi come voleva. “Devo andare subito dall’altra parte, qui non combinerò niente!” pensò tra sè, con gli occhi carichi sia di terrore che di energia distruttiva. In effetti quella mattina, alle ore 9.30, le facoltà apparivano in tutto il loro splendore, in tutta la loro grandezza intellettuale: i professori erano dappertutto, i giovani formicolavano di qua e di la con le loro facce concentrate, i grossi tomi sotto braccio, le lezioni dei docenti si udivano da molte porte aperte di ampie aule.

La gente non si contava, studenti e professori incarnavano un sentimento di fedeltà intellettuale alla vita senza contare le guardie e gli usceri, gli addetti alle pulizie e altra gente . Peter stava quasi per svenire, il suo malessere interiore era così radicale da farlo apparire esteriormente come un animale chiuso psicologicamente in una piccolissima gabbia per topi malati, un giovane perso nei propri pensieri di angoscia. Non dava affatto una gran bella impressione e la gente sembrava evitarlo o forse era la paranoia del ragazzo che gli faceva provare un tale sentimento di rifiuto.

Ma questo non lo preoccupava più molto. Ciò che lo preoccupava era trovare un posto tranquillo dove non essere notato mentre tirava fuori benzina e fiammiferi e dava alle fiamme quel meraviglioso angolo della città, un angolo dove ogni giorno si incontravano e fondevano centinaia di giovani vite. Peter uscì dall’U7 e corse in U6, dove l’atmosfera era più placida e isolata. Andò al primo piano ma si accorse che tutte le aule erano piene e in ogni angolo gli studenti erano intenti a studiare. Decise di andare ai piani alti, dove sperava di trovare maggiore isolamento. Ma non fu così. Anche lì c’erano molti studenti che lavoravano, impegnati nel loro studio, e molti camerieri che servivano al piccolo bar del piano.

Peter capì che tra pochissimo i suoi nervi sarebbero crollati e forse, chissà, lui avrebbe commesso il gesto estremo sulla propria vita senza avere la soddisfazione di realizzare l’opera criminale che aveva in mente da tempo e per la quale, con estrema determinazione, era venuto in quel luogo quella mattina. Gironzolò come un automa per altri minuti preziosi, quindi andò in bagno e lì pensò al da farsi. Questa volta era solo, senza seccatori accanto. Mentre si sciacquava ancora la faccia con un po’ di acqua e si fissava allo specchio come un cadavere ancora in piedi, capì che l’unico posto sicuro per appiccare un incendio era il piano sotterraneo, il – 1, un luogo con molte aule ma senza nessun banco dove gli studenti potessero studiare, un posto dove senz’altro avrebbe potuto trovare quella pace e quell’isolamento che si adattava così bene al suo macabro scopo. Era eccitato,disperato ma non si perse d’animo.Prese uno degli ascensori dell’Università e scese giù. Mentre scendeva, entrarono al primo piano due giovani probabilmente fidanzati dati i baci e le tenere effusioni che si scambiavano.

Erano più giovani di lui e sembravano felici di vivere, felici di gioire in questo tormentato mondo psicologicamente barbarico. I due non fecero caso a Peter, che aveva un’espressione molto poco rassicurante e un volto da cui cadevano alcune gocce di acqua a renderlo ancora più impresentabile. Peter percepì, negli amorosi scambi di baci e carezze di quei due giovani in ascensore, quella serenità che a lui era sempre mancata o forse gli era sempre stata negata e per un attimo ripensò a suo padre e al tristissimo fatto che non l’avrebbe rivisto mai più da quel giorno, se il suo folle progetto fosse andato in porto. Pensava in modo ossessivo a se stesso, a quali amarezze sconvolgenti avevano potuto portarlo così in basso, in un’atmosfera tanto opprimente e allucinata. Giunse al piano – 1.

Uscì dall’ascensore agitatissimo, tanto che le mani, madide di sudore, avevano iniziato a tremare e lui se le sfregava ripetutamente sui pantaloni scuri, quasi a volerle frenare dalle loro convulsioni. Ma Peter era un giovane che pur nello sconvolgimento riusciva a mantenere quella freddezza e lucidità che gli permetteva di non crollare. Si guardò attorno, vide che nelle aule si stavano svolgendo le solite lezioni di diritto, economia o sociologia e fu piacevolmente colpito nel vedere che in una di esse c’era il professor Scandia. Questo non lo distolse dal mettere in atto la sua azione: si portò in un angolo riservato e isolato, dove c’erano in terra numerosi stracci sicuramente materia di lavoro degli addetti alle pulizie, che ricoprivano il pavimento. Ecco che ripensò a sua madre, alla sua povera madre e sperò in cuor suo che lei non lo stesse vedendo in quel preciso istante, da lassù. “E’ giunta l’ora, è giunto il momento di farlo!” pensò Peter. “Dappertutto, deve esplodere e propagarsi dappertutto, deve salire il fuoco, salire e assalire tutto, deve distruggere il più possibile e distruggerà anche me!”. Prese quindi fiammiferi, tanica e accendino, aprì la seconda e versò la benzina sul pavimento, sugli stracci e poi su quasi tutta la superficie dei pavimenti dell’interrato disponibile fuori dalle aule, non prima di essersi assicurato che nessuno lo stesse guardando o controllando. Sapeva che in quell’angolo dell’Università non c’erano videocamere. Del resto per lui non ci sarebbero state alcune conseguenze penali alla sua azione, perché lui non sarebbe sopravvissuto al grande macello.

Dopo aver sparso la benzina anche sui muri, ecco arrivare l’istante supremo della sua decisione: tirò fuori tre grossi fiammiferi dalle tasche. Prima di accenderli diede un bacio alla scatoletta, folle e scaramantico assieme, e fece un’altra cosa: prese della carta dal quaderno che aveva con se, ne fece un fascio ber compatto ed iniziò a darle fuoco . Quindi compì il gesto estremo: sfregò entrambi i fiammiferi sullo zolfanello e li accese, salì sulle scale che portavano al primo piano, dove c’era l’uscita, e gettò i due fiammiferi nel bagno di benzina che Peter aveva sparso mentre appiccava fuoco anche ai muri grazie alla carta che piano piano bruciava. Nell’interrato  non c’era nessuno  tranne  Peter ed i ragazzi e docenti chiusi nelle aule che seguivano i corsi appena cominciati. Iniziò l’inferno quando il fuoco sfiorò i litri di benzina. Quando la fiamma e i rossi bagliori iniziarono a crescere con una violenza terrificante, quando il fuoco iniziò a bruciare il pavimento e le pareti, i ragazzi chiusi nelle aule ancora non si accorsero di nulla, ma sospettarono, dall’odore acre e nauseante, che ci potesse essere un incendio in Università. Nessuno aveva visto Peter ma Peter non aveva finito: si recò furtivamente al bagno del primo piano proprio appena accanto alle scale, la toilette meno frequentata della facoltà. Versò anche qui una quantità considerevole di benzina in terra e accese con lo zolfo altri fiammiferi e il fuoco divampò aggressivo.

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