Del 7 Febbraio 2024 alle ore 17:24

Sono passati 100 anni dai primi Giochi olimpici invernali, tenutisi a Chamonix-Mont-Blanc (Francia) dal 25 gennaio al 4 febbraio del 1924. Ci separa da tale evento un secolo di guerre e cambiamenti sempre più veloci e frenetici nella società e nella tecnologia. Grandi conquiste ma constatazioni gravi e di ineluttabilità come quella dei cambiamenti climatici che, secondo Thomas Bach, presidente del Comitato Olimpico internazionale (CIO), ci porteranno nei prossimi cento anni ad affrontare sfide rilevanti con “l’aumento delle temperature globali, la risaluta del limite delle nevi perenni e la riduzione della durata dell’inverno nei climi temperati del Nord e del Sud”.

L’Emission Gap Report 2023, del Programma delle nazioni unite per l’ambiente (UNEP), stima che l’immutabilità dei contributi di emissioni, ciascuno a livello nazionale, potrebbe portare ad un aumento della temperatura di 2,9° entro la fine di questo secolo.

Ne deriverebbe una futura drastica riduzione dei siti disponibili per i Giochi Olimpici Internazionali, in seguito al mancato soddisfacimento dei requisiti per ospitare tali eventi, che comporterebbe ovvie ripercussioni economiche per impianti e strutture di ricezione turistica e  per gli indotti dei sistemi economici delle località interessate, ma il problema principale riguarda la carenza di neve.

Copernicus, osservatorio della Terra dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, rileva come siano sempre meno frequenti le nevicate, sostituite da piogge, mentre altrove scarseggiano anche queste ultime. I cambiamenti relativi alle nevicate e alla copertura nevosa non hanno conseguenze solo per il turismo invernale, ma sono determinanti per la vegetazione, la fauna e per la crescente insufficienza e insicurezza idrica.

“Gran parte del mondo avrà inverni senza neve entro il 2100”, afferma Andrew Schwartz, del Central Sierra Snow Laboratory della University of California a Berkeley. La riduzione delle precipitazioni nevose potrebbe divenire una ulteriore concausa, e non solo un effetto, del cambiamento climatico, in quanto i paesaggi privi di neve assorbono più luce solare, aumentando ulteriormente il rialzo termico.

Per avere la neve occorrono umidità e aria fredda, spiega Schwartz. L’aumento delle temperature ha effetti su entrambi in quanto “per ogni grado Celsius di riscaldamento, l’atmosfera può contenere il sette per cento in più di vapore acqueo”, quindi aggiunge che le nevicate saranno meno frequenti, ma nel caso si verifichino “saremo sommersi da nevicate perché l’aria trattiene più umidità”.

Per la fauna che si avvale dei paesaggi coperti di neve per mimetizzarsi, come le lepri e i gufi delle nevi, potrebbe esserci un maggior rischio di predazione, mentre tra gli altri gli orsi polari avranno minori possibilità di costruire le loro tane innevate. Potremmo assistere all‘estinzione di alcune specie animali.

Riguardo alla vegetazione, quando le temperature aumentano, gli alberi rilasciano acqua nell’atmosfera attraverso l’evapotraspirazione, quindi,  se non c’è molta neve, il suolo non riesce a reintegrare l’umidità persa e le foreste subiscono un maggiore stress termico, rendendo più probabili gli incendi. Inoltre la neve sulle montagne è un serbatoio idrico naturale, sciogliendosi lentamente alimenta i torrenti, fornendo acqua per tutta la primavera e l’estate, mentre, se non adeguatamente raccolta, con le piogge scorre immediatamente a valle. Diviene più difficile la gestione dell’acqua, inevitabili i contrasti e le lotte tra agricoltori e comunità urbane che necessitano di approvvigionarsi di acqua. Potrebbero verificarsi anche migrazioni di massa.

Difficile la creazione di neve “magicamente” su vasta scala, la creazione di neve artificiale, “diversa”, per le stazioni sciistiche è molto costosa, rammentiamo infatti le Olimpiadi di Pechino 2022.

È stato stimato che per coprire di neve artificiale i 23.800 ettari di piste sull’arco alpino occorre un consumo energetico complessivo di ben 600 Gwh (gigawattora), che corrisponde “al consumo annuo di energia elettrica di 130.000 famiglie di quattro persone”, come specificato dalla Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi (CIPRA). Il consumo è pari a quello di una città di mezzo milione di abitanti per un anno. Occorrono infatti numerosi e potenti macchinari per trasformare l’acqua liquida in metri cubi di neve: torri di raffreddamento dell’acqua e generatori di neve, quindi cannoni sparaneve. Aumentano così le emissioni locali di gas serra e il consumo di acqua.

Con un metro cubo di acqua si possono produrre mediamente dai 2 a 2,5 metri cubi di neve artificiale; ogni metro cubo pesa 350 kg, contro i 70 – 1000 kg di un metro cubo di neve naturale, infatti la neve naturale più vecchia e umida pesa circa dieci volte quella più fresca e asciutta. La CIPRA ha calcolato che occorrono almeno 1000 metri cubi di acqua per l’innevamento di base di una pista da sci di un ettaro, con costi ancora maggiori per gli strati successivi. Il dossier di Legambiente “Neve diversa” ha evidenziato che occorrono fino a 20.000 metri cubi d’acqua per una pista da sci di medie dimensioni, lunga poco più di 1,5 chilometri. Per coprire i circa 24mila ettari di piste alpine, con neve artificiale, è stato stimato che occorrono circa 95 milioni di metri cubi di acqua, pari al consumo idrico di una grande città da 1,5 milioni di abitanti (per un anno intero). Inoltre, per coprire di neve artificiale gli 800mila metri quadrati di superficie delle aree destinate alle gare olimpiche di Pechino, si stima siano stati consumati ben 180 milioni di litri d’acqua.

Anche se abbondano i pacchetti  per turisti con panorami innevati, sempre più spesso a fatica e con enorme dispendio di energia si riesce a produrre strisce di neve artificiale, piste da sci innevate all’interno di paesaggi brulli! Occorrerebbe ripensare il turismo, accettarne la mutabilità per renderlo adatto agli sfasamenti delle nuove stagioni, riducendo il consumo di combustibili fossili quali gas, petrolio e carbone, verso stili di vita sostenibili. Facile a dirsi, difficile a farsi, ma necessario.

L’articolo Neve diversa e CO2 è già apparso su Il Corriere Nazionale.

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