La satira italiana

Abbiamo passato gli ultimi 13 anni a celebrare i 150 dell’Unità d’Italia, e cosa sarà mai
accaduto nel centenario?

Dal titolo si arguisce che l’autore storpia il nome di una delle cause che permise l’adesione di Roma al Regno d’Italia, quella breccia che pose fine allo Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi con l’ingresso dei bersaglieri nella Città eterna.

Certo il libro andrebbe bene per una sorta di rivisitazione storica del grande imbroglio dell’unità della nazione, – o per richiamare le annotazioni storiche di Pino Aprile -,
anche per il tono sarcastico ed ironico che diffonde ad  ogni riga.

 

L’autore va ricordato, quale aretino gaudente ed ironico, quale autore della commedia “I Burosauri” che fu, in assoluto, il primo successo teatrale, col quale prese a pugni l’ottusa, vana e pedante burocrazia italica e dove recitava insieme a Carlo Monni e Aldo Buti e Roberto Benigni nel “teatro dei satiri”

Ironia pasticciosa della rete, se cercate una biografia di Ambrogi, sotto il suo nome trovate quella di Benigni, che proprio in quella commedia esordiva nella sua straordinaria carriera.

Una commedia che Ambrogi, scrittore, commediografo e giornalista di Paese Sera, aveva allestito anni prima col Piccolo Teatro, con Ernesto Calindri, Carlo Ninchi, Franco Sportelli e Narcisa Bonati. Silvano Ambrogi ci ha lasciato a 66 anni nel 1996.

Il protagonista del nostro libro è un bersagliere che partecipa a questo storico evento dissacrandolo e burlandolo già a partire da cosa significhi sta celebrazione, persino non intendendo bene le parole a cominciare da cosa voglia dire “Potta…pia”.

E qui scorre un testo gustoso ed ironico che storpia nomi. Leggetevi il capitolo delle mattonelle bianche e del bersagliere che va alla ricerca di un posto dove far pipi. Che poi diventa il leitmotiv dell’intero racconto.

Allora immaginate il teatro, il cabaret, le scenette esilaranti d’una commedia brillante, dove questo personaggio passa da scena a scena commentando tutto a modo suo con una parlata che ha i suoni della toscana, del romanesco, del crucco altoatesino e del meridionale, come s’ascolta spesso nelle caserme.

Una deformazione del paesaggio verbale che viene scomposto e reinventato (ad esempio l’interlocuzione è sempre rivolta ad astratto parente, ora ziolibero, ora ziocattedra, ora zioladro, ecc)

Una lettura veloce, un libro che si legge in un ora.

Questa esilarante e fantasiosa celebrazione per il centenario, che è una dissacrante
carnevalata settembrina, si svolge nei pressi del Colosseo, dove il nostro Bersagliere sta in
mezzo ad una folla gaudente che si sta portando via, ad una ad una… le pietre del Colosseo.

Il nostro ha un bisognino da soddisfare – un goccio d’acqua – ripete lui stesso pudicamente e disperatamente.

Ma incontra ostacoli imprevedibili ed insormontabili.

Tutto il libro si dispiega su quest’esigenza fisiologica che esplode in modo incontrollato alla fine.

Riporta il retro di copertina (edizione Feltrinelli): ” …con la sua furibonda e ilare
aggressione alle mille retoriche nazionali, questa smagliante satira sommuove e sgretola con terrificante disinvoltura, come fa la folla festaiola con le pietre al Colosseo, tutte le
convezioni storiche e linquistiche e le formule repressive di una classe dirigente il cui
fallimento complessivo non è apparso mai cosi evidente dopo cent’anni di unità nazionale”.

Un libro che vale anche oggi dal momento che immutabile pare essere, o forse persino
aggravato, il giudizio sulle classi dirigenti del Paese dopo 163 anni

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